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La Liberazione del Fermano,
a Caldarette d’Ete per non dimenticare

FERMO - Il sindaco Calcinaro: "La memoria va rinnovata sempre, non è un fatto statico"
martedì 21 giugno 2016 - Ore 16:32
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Il Prefetto di Fermo Mara Di Lullo ed il sindaco del comune capoluogo Paolo Calcinaro

Il Prefetto Mara Di Lullo ed il sindaco di Fermo Paolo Calcinaro

“Toccante e partecipata – fanno sapere dal comune di Fermo – la cerimonia che si è svolta domenica 19 giugno a Caldarette d’Ete, in occasione del 72esimo anniversario della Liberazione di Fermo e del Fermano. Il fronte nel giugno del 1944 passò il fiume Chienti, lasciando una scia di morte. Gli eccidi nazifascisti di Caldarette d’Ete nel territorio di Fermo e gli scontri nel Fermano spezzarono molte vite, un tributo di dolore alla rinascita nazionale.

La cerimonia di domenica ha avuto inizio con la celebrazione religiosa al santuario della Madonna del Pianto, presieduta dall’Arcivescovo di Fermo, monsignor Luigi Conti, alla presenza del prefetto di Fermo Mara Di Lullo, durante la quale è stato onorato il voto, fatto per la salvezza della città di Fermo dai lutti di guerra.

All’interno della parrocchia dell’Immacolata Concezione di Caldarette Ete si è svolta la cerimonia commemorativa durante la quale si sono avvicendati gli interventi del sindaco di Fermo, Paolo Calcinaro “la memoria della Liberazione va rinnovata sempre, non è un fatto statico”, del consigliere provinciale Stefano Pompozzi “dovere e dignità di ricordare”, dell’assessore regionale Fabrizio Cesetti “il dovere di accogliere è dovere di libertà e democrazia” e di Carlo Bronzi, Presidente Provinciale dell’Anpi “ricordare è doveroso”. Don Paolo Scoponi ha poi benedetto le corone d’alloro deposte, per omaggiare le vittime dell’eccidio compiuto a Caldarette il 19 giugno 1944, sui cippi in memoria di Giuseppe e Luigi Fortuna (scambiati erroneamente per partigiani, crivellati di colpi dai tedeschi per rappresaglia), di Serafino Santini (arso vivo per aver tentato di riappropriarsi delle bestie confiscate dai tedeschi) e di Giovanni Protasi (morto a soli sei anni per una scheggia di cannonata allo stomaco e privato delle cure necessarie).


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