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Conoscere per non avere paura

sabato 23 luglio 2016 - Ore 09:38
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di Simona Fioravanti

Seduti davanti a noi ci sono Don Michele Rogante, Suor Filomena, Daniel e Samuel. Una breve distanza fisica ma una grande diversità culturale che però non deve rappresentare un limite, una separazione. Siamo arrivati, come tutti gli altri, con la voglia di conoscere e di comprendere. Sono impacciati e intimiditi Samuel e Daniel, forse nei loro pensieri troveranno strano dover raccontare tutta la loro vita, anche la parte più drammatica, anche quella che con tanta fatica stanno cercando di lasciare alle spalle. Riaprire delle ferite che magari non si saneranno mai solo per permettere a noi di comprendere il dramma di una vita in fuga. E Samuel ce lo fa capire subito e chiaramente quando inizia la sua frase in inglese e tradotta molto bene da Suor Filomena che recita più o meno così “sarò breve perché la sofferenza che ho vissuto faccio fatica a raccontarla” e le sue parole escono inciampando nell’emozione. Ma fa uno sforzo per cercare di essere più chiaro raccontando che viene dal
Camerun, che ha perso il padre e la madre e che ha una sorella più piccola IMG_4848[1]che non sa che fine abbia fatto. E poi c’è il suo lungo viaggio senza meta che lo ha fatto approdare in Libia dove ad attenderlo c’era l’arresto da parte dei terroristi. Daniel invece sembra più rilassato e subito strappa un sorriso da parte di tutti quando ammette di vergognarsi un po’ per il suo italiano stentato e rivolgendosi a suor Filomena chiede di poter parlare in inglese. Così anche Daniel ci descrive la sua storia tradotta prontamente da Suor Filomena che senza volerlo traduce anche i suoi sorrisi, la sua umiltà e la tenerezza di questo paffuto ragazzo del Ghana. Entrambi sono in Italia da pochi mesi, entrambi giovani (20 e 25 anni), entrambi in fuga dalla violenza. Daniel dal Ghana è andato via con il padre che era ancora piccolo per trasferirsi in Libia, ma la stessa Libia lo ha prima accolto e poi perseguitato. Su quella terra diventata ostile Daniel ha lasciato il corpo di suo padre ammazzato in circostanze misteriose. Con grande sorpresa di tutti i presenti Daniel ci racconta con il sorriso sulle labbra la lunga attesa all’interno di una campo (2 mesi circa) prima di potersi imbarcare insieme ad altre 160 persone, poi finalmente il giorno della partenza tutti ammassati su un’imbarcazione insufficiente per contenere tutte quelle persone. E poi i soccorsi dopo un lungo allucinante viaggio di 9 ore.IMG_4855[1] Oggi entrambi sono ospiti al Seminario di Fermo, vivono all’interno di questa struttura rispettando delle regole, dove vengono controllati. Vivono con un sostentamento di 35 euro al giorno e di questi 2,50 euro vanno per spese personali, il resto vanno per il sostentamento della struttura, per l’acquisto del cibo, spese mediche e tutte quelle spese necessarie per garantire una dignitosa permanenza. Sicuramente Fermo è una città che sa accogliere ma forse potrà dirsi veramente libera da ogni preconcetto quando non ci sarà più quella linea sottile a dividere chi fugge e chi accoglie, a sottolineare la separazione tra chi deve scavare nei drammi anche più intimi e raccontarsi anche se questo fa male al mero scopo di giustificare la propria presenza tra noi e chi ascolta come se avessimo bisogno di una motivazione (la più drammatica possibile) per accogliere. La via per l’integrazione passa attraverso tanti, tanti momenti come quelli vissuti oggi al San Carlo e noi ci auguriamo che questo sia solo il primo di una lunga serie.

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