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I segreti dietro le bombe,
nel mirino anche la Curia di Macerata

mercoledì 27 luglio 2016 - Ore 14:02
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Paniconi e Bordoni

Da sinistra Martino Paniconi e Marco Bordoni all’uscita del tribunale questa mattina

bordoni

Marco Bordoni esce del tribunale dopo l’interrogatorio

 

di Paolo Paoletti e Giorgio Fedeli

Stanza 17, terzo piano del tribunale di Fermo. E’ qui che questa mattina Marco Bordoni e Martino Paniconi, sono stati interrogati dal sostituto procuratore Mirko Monti. I due sono arrivati al palazzo di giustizia attorno alle 8.15 e sono usciti, per fare ritorno al carcere di Marino del Tronto, poco dopo le 13. Circa due ore d’interrogatorio ciascuno per spiegare le rispettive storie e ricostruire i legami con le cinque bombe posizionate di fronte alle chiese del fermano. A rappresentare Bordoni, il primo ad essere ascoltato, l’avvocato Stefano Chiodini. Al fianco di Paniconi invece i legali Alessandro Bargoni e Alessio Ceroni.

Durante l’interrogatorio, seduta nei corridoi della Procura, una presenza discreta e silenziosa. Si trattava della mamma di Marco Bordoni, arrivata solo per vedere suo figlio e stargli vicino simbolicamente, anche con uno sguardo a distanza, in questo momento non facile.

Paniconi

Martino Paniconi esce dal tribunale dopo l’interrogatorio

“L’interrogatorio è stato molto positivo – è il commento l’avvocato difensore di Bordoni Stefano ChiodiniAbbiamo chiarito tutti gli aspetti, Marco voleva liberarsi da questo peso. E’ stata una scelta del ragazzo spiegare tutto. Ha preso coscienza dell’errore fatto ed ha tenuto a precisare che non c’era volontà di colpire alcuna persona fisica, tant’è che l’ultimo episodio contestato si è verificato in un posto casuale in quanto dove erano andati precedentemente, hanno visto che era troppo affollato di persone e non volevano ci fossero rischi”.

Dagli interrogatori emergono alcune novità. La prima bomba sarebbe stata messa al Duomo di Fermo per colpire un simbolo, forse condizionati da letture anarchiche. Più curiosa la motivazione della seconda. Dopo infatti che le cronache avevano parlato di atto vandalico, i due si sarebbero sentiti quasi offesi, e da qui il nuovo ordigno.

La quarta bomba a Campiglione sarebbe stato un semplice caso. I due erano andati a Macerata per colpire il palazzo del vescovo ma quella zona era piena di gente e non volevano rappresentare un pericolo per l’incolumità pubblica. Da qui la decisione di tornare indietro e fermarsi, lungo la strada, di fronte alla chiesa di San Gabriele dell’Addolorata a Campiglione.

L’esplosivo sarebbe stato comprato in zona e gli ordigni preparati con strumenti occasionali. Uno di questi è stato confezionato con polvere da sparo dentro un vasetto per le urine e sigillato con nastro adesivo, un altro dentro un pacchetto di patatine fritte. Il tutto collegato ad una miccia da circa tre minuti.
Secondo le prime ipotesi sarebbero quanto mai vaghe le motivazioni sul perchè hanno agito, forse per noia e per protesta verso i simboli del potere. Nel caso di Bordoni, dopo la perdita del padre, sarebbe venuto a mancare quello che era il suo punto di riferimento. Da qui  un periodo non facile in cui il ragazzo si è dato a delle letture di stampo anarchico che lo hanno affascinato ma che in realtà lo avrebbero ossessionato e fuorviato.


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