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Sisma, quando l’errore umano
diventa mortale

CAMASSI - "se c’è un crollo di questo tipo e parliamo di strutture di recente costruzione vuol dire che ci sono degli evidenti errori di progettazione o di realizzazione, parliamo di errore umano”.
domenica 28 agosto 2016 - Ore 10:37
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di Claudia Mazzaferro

Romano Camassi

Romano Camassi

Si continua a scavare tra le macerie di un sisma, l’ultimo in ordine cronologico. Che ti sveglia nel cuore della notte e infrange una apparente normalità, lasciando il vuoto della paura, del dolore.

Sulla strada verso casa ne abbiamo parlato con Romano Camassi dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, sismologo storico che ha trascorso gli ultimi tre giorni sul luogo del disastro, tra Amatrice, Arquata e Accumoli, sui rilievi di un terremoto ancora da analizzare. Impossibile prevedere quando sarebbe accaduto, ma dal 2009 a oggi alcune, forse molte, strutture pubbliche e private avrebbero potuto almeno cominciare ad adeguarsi alla vigente normativa antisismica.

L’Aquila nel 2009, Amatrice, Accumoli e Arquata oggi. Si è parlato di un nesso, della possibilità di prevedere, addirittura della certezza che accadesse proprio lì. E’ così?

“L’ipotesi che questo sisma sia collegato a quello del 2009 non è insensata dal punto di vista geologico. Ma la prova non c’è e che sia stato innescato a distanza di 7 anni non è verificabile in alcun modo e soprattutto non avremmo potuto mai sapere, nel 2009, che si sarebbe potuto verificare a pochi mesi, a 3, a 7 o a 35 anni di distanza”.

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Le Marche, l’Appennino centrale, una zona ad elevato rischio sismico. Se prevedere il “quando” non è possibile, in che modo possiamo migliorare la risposta sismica dei vecchi centri che in questa regione sono ancora densamente popolati?

“Ci sono tecniche edilizie di adeguamento sismico applicabili anche agli edifici storici, come il consolidamento delle pareti verticali in pietra, il miglioramento dei collegamenti orizzontali (collegamento delle pareti dei solai ndr) con l’inserimento di tiranti che attraversano il solaio e tengono legate le due pareti opposte dell’edificio, una tecnica, quest’ultima, antichissima, diffusa dal 1700, quando si verificarono, lungo l’Appennino umbro-marchigiano, 5-6 terremoti piuttosto forti.

O ancora, si potrebbero neutralizzare quegli interventi edilizi errati fatti negli anni ’80-’90, come la sostituzione del legno con il calcestruzzo o il cemento armato o calce nei solai che appesantiscono le strutture facendole cedere alla prima scossa di una certa entità”.

Interventi che dovrebbero essere presi in considerazione sia nel pubblico che nel privato. Vale a dire, se in seguito ad un sisma di magnitudo 6 cede un’area di una struttura pubblica di recente costruzione, presumibilmente antisismica, c’è qualcosa che non va. Sbaglio?

“Assolutamente. Nel caso cui fa riferimento tecnicamente parliamo di tamponature rovesciate, quando le murature che riempiono il telaio non sono state realizzate correttamente, si staccano e si rovesciano. Ma se c’è un crollo di questo tipo e parliamo di strutture di recente costruzione vuol dire che ci sono degli evidenti errori di progettazione o di realizzazione, parliamo di errore umano”.

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Cosa sta accadendo? Siamo di fronte a quale tipo di fenomeno geologico?

“E’ l’esito di un processo geologico molto complesso, un meccanismo di distensione dell’Appennino che genera eventi sismici irregolari nel tempo da millenni. Un processo naturale”.

Le Marche, i paesi montani appena colpiti, la costa. Ci disegni una mappa della pericolosità sismica in attesa che ci siano i giusti adeguamenti edilizi.

“La costa a nord della regione, quella pesarese, è più pericolosa di quella a sud, delle province di Fermo ed Ascoli. E sicuramente i paesi a ridosso dell’Appennino sono quelli che hanno probabilità di avere terremoti più forti. Ma ci tengo a ripetere, il rischio dipende molto dalla vulnerabilità del patrimonio edilizio”.

 


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