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Web che uccide?
No, sono sempre le persone

giovedì 15 settembre 2016 - Ore 11:24
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di Cristina Donati

catia_ciabattoniA Napoli, una giovane di 31 anni che si suicida per non essere riuscita a superare la vergogna della diffusione sul web. A Rimini ragazze che riprendono e condividono su whatsapp lo stupro della loro amica diciassettenne. Le bacheche di Facebook si riempiono di indignazione e di commenti di condanna, ma è fin troppo facile dire che il “web uccide”, a farlo piuttosto sono persone nascoste dietro la tastiera di un pc o di uno smartphone, in questo mondo dei social network che sempre più spesso si sostituisce alla vita reale, contaminandola e contribuendo ad episodi tragici di cui la cronaca nazionale ci ha recentemente invaso.

Tra i tantissimi post, quello di Catia Ciabattoni, notoriamente sempre in prima linea nella difesa delle donne contro ogni forma di violenza: non solo personalmente, ma anche con il ruolo istituzionale di Assessore con delega alle pari opportunità del Comune di Porto San Giorgio:

postciabattoni

Come non darle ragione? Urge una riflessione collettiva, ed inizio a farla oggi proprio con lei.

Possiamo approfondire la sua opinione espressa in questo post, Assessore?

C.C. – Da tempo mi interrogo su questo mezzo, il social network, potente e che ha dato modo di liberare i pensieri. Una potenzialità totale enorme, che ha portato al cambiamento nel modo di comunicare e di porsi, consentendo di far partecipare alle proprie emozioni. Bisogna però avere consapevolezza che la potenzialità è un’arma a doppio taglio, può essere fortemente distruttiva, come negli episodi di cronaca recenti.

Quale potrebbe essere un modo di far fronte a tutto ciò?

C.C. – Nella vita reale e democratica, l’esistenza e i rapporti sono regolamentati. La democrazia ha delle regole chiare, che ne garantiscono il corretto funzionamento. Quello che accade sul web è lasciato al libero arbitrio delle persone. Almeno dovrebbe essere rispettata la norma del comune vivere civile: la mia libertà vale finchè non lede la tua.

Dovrebbe quindi esistere una regolamentazione a tutela dei soggetti più deboli?

C.C. – Interroghiamoci, o almeno iniziamo una discussione su questo tema così sentito. Fino a che le persone hanno coscienza va tutto bene, ma quando non ce n’è diventa un problema. Deve esistere un limite? Fino a che punto ci si può spingere? Non solo va tutelato chi subisce, ma anche chi passivamente recepisce certi messaggi e non ha gli strumenti per discernere cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, cosa sia vero o falso. Violenza, bufale, bullismo. Il problema culturale non è secondario: oltre alla riflessione sulla libertà va anche aperta una formazione culturale sull’uso del web. Ora tutto deve andare online e subito, in maniera empatica ed emotiva. Si rischia così di perdere il senso della realtà: è un problema di un carattere culturale rispetto ad un nuovo strumento potente, e che proprio per la sua forza non sempre porta solo benefici.

Per passare appunto alla vita reale, dopo il successo dei progetti realizzati dal suo assessorato con la collaborazione della Commissione Pari Opportunità cosa c’è ora in cantiere?

C.C. – Ora stiamo lavorando su un progetto che riguarda l’affermazione delle donne nello sport in ambito dirigenziale, certamente un argomento di grande interesse.

Auguro quindi buon lavoro all’Assessore Ciabattoni, sperando nell’utilizzo sempre più consapevole dei social, talvolta invasi da “tuttologi” che intervengono senza essere interpellati, parlando di cose che non conoscono, pretendendo di essere ascoltati, seguiti e applauditi con un “ like” e per concludere, cosa molto pericolosa, credendo di avere una qualche sorta di intoccabilità poiché seduti dietro a uno schermo a distanza di centinaia di chilometri rispetto, magari, all’interlocutore che hanno appena insultato, offeso o accusato.

 


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