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Andare, per raccontare:
Cronache Fermane
e le storie dentro il terremoto
VISSO, LA ZONA ROSSA

giovedì 29 dicembre 2016 - Ore 10:20
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di Andrea Braconi

Andare nei luoghi colpiti dal terremoto è un impegno, che prendiamo con i lettori e con noi stessi. Andare per raccontare, magari dove l’informazione si affaccia soltanto per alzare il tiro, davanti alla macerie ma (quasi) mai dentro le esistenze. Andare per cercare voci, di chi prova a far ripartire le lancette e di chi da mesi si occupa della messa in sicurezza e del progettare nuovi spazi, anche se temporanei.

Andare, per noi di Cronache Fermane, significa prendere appunti, immortalare, filmare. Ma soprattutto conoscere. E anche se “fuori confine” (ci perdoneranno i nostri cugini maceratesi), iniziamo questo viaggio.

Per chi tra queste montagne ha mosso i suoi primi passi, è la quiete anomala a rimanere impressa, da un’inaccessibile Caldarola al lago di Fiastra, sfiorando Fiordimonte mentre si sale verso Cupi. Pochissime auto lungo le strade, quasi tutte del personale delle Forze dell’Ordine e del mondo del volontariato. Un caffè in un bar senza clienti chiarisce come le scosse abbiano radicalmente modificato lo scorrere del tempo. Certo, chi è fuggito o stato costretto a farlo tornerà. E le richieste, per un aperitivo o per un pacchetto di sigarette, si moltiplicheranno come prima del 24 agosto. Forse di più. Intanto fuori persino i colori, nonostante l’assenza di nuvole, sembrano più tenui.

Dal Santuario di Macereto all’azienda casearia Scolastici sono soltanto pochi metri, ma già da qui la yurta in stile mongolo piantata nel prato è ben visibile. A Marco, il proprietario di questa eccellenza che continua a resistere nonostante i danni, è stata prestata fino alla primavera da una ditta specializzata e sarà la sua dimora, in attesa che arrivino le oramai famigerate strutture in legno.

Obbligata la sosta a Visso per il rilascio del pass temporaneo, la sola condizione possibile per accedere ai Comuni successivi. Perché ad Ussita Patrizia ci attende per il pranzo, anzi, per “il rancio” preparato in maniera impeccabile dai ragazzi dell’Esercito. A tavola, tra agricoltori, allevatori, funzionari del Comune (sempre operativi e finalmente dotati di un container), agenti della Forestale e della pubblica assistenza locale, si conversa con leggerezza, tra battute sullo stato degli animali e aggiornamenti sui lavori nell’area adiacente, che ospiterà gli uffici pubblici. Lungo la strada d’accesso del paese c’è una fila di camper, dove i pochissimi resilienti (“Scrivilo così – mi dice Patrizia – perché è il termine perfetto per descriversi”) provano a riposare, quando la terra lascia loro una notte di tregua.

Da Castelsantangelo sul Nera si sta muovendo Mauro, fotografo di Petriolo che da settimane documenta la quotidianità in tutte le sue sfaccettature. Ed è grazie a lui che, quasi “volando”, riusciamo a raggiungere due Vigili del Fuoco del Centro Documentazione regionale, impegnati in un sopralluogo nel centro storico di Visso. Una zona rossa, l’ennesima in questa martoriata parte della nostra regione, che mostra gli effetti delle continue scosse, a partire da quelle con le magnitudo più elevate.

Altri uomini del corpo sono impegnati in un sopralluogo, stretti all’interno di un cestello che viene sollevato fin sopra le abitazioni, prima di scomparire dentro una chiesa gravemente danneggiata.

Intorno, nella piazza come nei vicoli, ci sono ancora i pupazzi in paglia che avevamo ammirato prima del 26 e del 30 ottobre, quando le pietre ammassate sopra le auto e gli squarci alle pareti di case e negozi erano impossibili da prevedere.

Il rumore dei passi, tra i frammenti ancora adagiati sul viale, riecheggia molto più delle spiegazioni dei Vigili del Fuoco. E stridono, quasi con violenza, con la memoria che questi luoghi hanno custodito per anni, anzi, per secoli. Il sole che si nasconde e l’inverno che, nonostante tutto, rimarca la propria presenza, ci spingono a salutare. Chi resterà, a proteggere anche ciò che è crollato. E chi non rivedremo per parecchio tempo. Quelle comunità, quelle storie, che meritano, però, di imprimersi nel nostro lavoro.


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