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Post-sisma nel gelo, anche gli animali aspettano soluzioni che non arrivano

lunedì 9 gennaio 2017 - Ore 13:14
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di Nunzia Eleuteri

 

Oltre al danno la beffa, verrebbe da dire. Non riesce a trovare l’uscita dal labirinto della burocrazia italiana l’allevatore Massimo Vitali di Amandola.

L’uscita invece l’hanno trovata i suoi animali, ben 50 vitelli, che sono al freddo e sotto la prima neve dei Sibillini grazie alla dichiarazione di inagibilità della loro stalla alla quale non è seguito nessun intervento risolutivo.

“Dire che sono amareggiato è poco – dichiara l’allevatore – è dal 25 agosto che sto combattendo una battaglia contro i mulini a vento. Sono mesi che ricevo le ispezioni degli ingegneri competenti che confermano l’inagibilità della mia stalla ma non so ancora cosa fare esattamente. Intanto i miei animali sono al freddo e il minimo riparo che hanno non li risparmia dalla pioggia purtroppo né dalla neve”.

 

Massimo Vitali, racconta così l’iter burocratico che ha dovuto seguire sin dalla prima scossa di terremoto del 24 agosto: “Gli ingegneri e la protezione civile hanno proceduto con i rilievi compilando il modulo AeDES e dichiarando l’inagibilità della struttura che ospita i miei animali e quelli di mio fratello. Pensavo di avere delle risposte ma dopo le scosse di ottobre la situazione è peggiorata. Tornano di nuovo i periti. Nuova dichiarazione di inagibilità ma diverso modulo da riempire. Nuova procedura da adottare. Tutto da ricominciare con Protezione Civile, Asur, Regione, Comune. Parlano di modulo Fast; sembra che quello AeDES non vada bene. Non chiedetemi perché… So solo che oggi, a distanza di mesi, non so ancora quanto tempo aspettare e cosa aspettare. I miei animali stanno al freddo. Un totale, considerando anche la parte di mio fratello, di circa 70/80 capi tra vitelli e mucche. Un’attività che ho sempre fatto e che amo nonostante le mille difficoltà da superare. Oggi mi viene davvero la voglia di abbandonare tutto perché sembra impossibile trovare soluzioni ma poi trovo la forza di andare avanti e dico che dovremmo reagire, tutti insieme noi allevatori. Fare un fronte comune per far sentire la nostra voce”.

 

Un appello, quindi, più che una protesta, quello dell’allevatore amandolese che è incappato nella classica storia all’italiana: la provvisorietà che rischia di diventare definitiva.

Così conclude:“Vorrei rimboccarmi le maniche e provvedere da solo a trovare una soluzione e se avessi saputo che saremmo arrivati a gennaio in queste condizioni lo avrei fatto. Nessuno però mi ha detto quali fossero i tempi e le modalità. Non sono stato e non sono ancora, quindi, in condizione di progettare né programmare nulla. Ecco, ci dicano almeno questo. La nostra attività è un lavoro ma non solo. Presuppone un attaccamento all’animale stesso e vederlo al freddo e al gelo non è uno spettacolo degno per nessuno”.

 

 

 


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