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Libera Fermo e la ricostruzione:
massima vigilanza su
infiltrazioni mafiose

mercoledì 11 gennaio 2017 - Ore 09:49
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Una partecipazione dettata da un senso di responsabilità e di solidarietà e comunitaria. Con questo spirito una delegazione di Libera Fermo ha partecipato lo scorso 5 gennaio ad un’udienza del maxi-processo Aemilia, in corso a Reggio, sulla ‘ndrangheta trapiantata in Emilia Romagna.

“L’antimafia e l’educazione alla legalità è un fatto di coscienza – spiegano i referenti -, è un codice di comportamento, è sentirsi parte di una comunità stabile e articolata, coesa nell’impegno sociale e civile, che avrebbe visto, sentito e parlato sempre. La mafia, come ricordava il giudice Antonio Caponnetto, teme di più la cultura del carcere”.

Un processo, Aemilia, che insegna come le mafie vadano prevenute e come, considerato il tentativo della ‘ndrangheta di infiltrarsi nella ricostruzione post-terremoto per fare profitto, nelle Marche interessate dai lavori di ricostruzione post-sisma sia necessaria la massima vigilanza.

Quanto alla ‘ndrina emiliana, questa farebbe riferimento alla cosca Grande Aracri di Cutro, in provincia di Crotone, legata alla madrepatria calabrese ma capace di fare affari in maniera autonoma, di condizionare la vita amministrativa e politica emiliana e di infiltrarsi nella ricostruzione post-sisma del 2012.

“Libera, l’associazione antimafia che con l’avvocata Enza Rando – nonché vicepresidente dell’associazione – si è costituita come parte civile, partecipa alle udienze nell’aula bunker del tribunale di Reggio Emilia con i propri volontari, attivisti e insegnanti che accompagnano le scolaresche nel loro impegno per la legalità. Tra le organizzazioni criminali italiane di stampo mafioso, la ‘ndrangheta è oggi in assoluto la più potente, è questa l’organizzazione che sta andando alla conquista del Nord. Un processo, dunque, di grande interesse per chi voglia conoscere questo passaggio a nord, nella società settentrionale, di esponenti e interessi mafiosi, in regioni e città considerate finora estranee ed immuni dall’infiltrazione mafiosa e dalla sua deleteria cultura. Si annida ancora nella società civile l’esilarante stereotipo per cui la mafia o la ‘ndrangheta è roba da meridionali per meridionali, mentre è proprio al Nord che avanza e si gioca fortune e futuro. Anche le Marche hanno preso atto di non essere territorio esente dalla criminalità e dalla cultura malavitosa organizzata, per cui si richiedono politiche istituzionali coordinate a favore della prevenzione con gli Enti locali, con gli organi competenti in materia di contrasto e repressione del crimine, con le associazioni imprenditoriali e di volontariato”.


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