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Viaggio nell’Unità
di Gastroenterologia di Macarri IL VIDEO RACCONTO

FERMO - Giampiero Macarri: "Abbiamo creato degli ambulatori dedicati. Sono due i settori. L'ambulatorio più recente per la la patologia bilio pancreatica e quello per le malattie infiammatorie croniche intestinali". E proprio quest'ultimo vede un percorso quantomai completo e innovativo"
venerdì 20 ottobre 2017 - Ore 09:33
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di Paolo Paoletti

foto e video Simone Corazza

Il professor Giampiero Macarri

Una volta varcata la soglia di Gastroenterologia del Murri di Fermo, la prima cosa che colpisce è il grande gioco di squadra che si tocca con mano. Medici, infermieri, operatori socio sanitari: tutti sono accomunati da un entusiasmo che si respira nell’aria. La voglia di dare il massimo è la parola d’ordine, consapevoli della grande responsabilità, ciascuno per le proprie competenze. Abbiamo trascorso una mattinata in reparto per conoscere meglio una delle punte di diamante dell’ospedale Murri di Fermo e più in generale dell’Area Vasta 4: l’Unità Operativa Complessa di Gastroenterologia. Per l’occasione abbiamo avuto una guida d’eccezione: il professor Giampiero Macarri direttore del reparto. Grazie a lui abbiamo imparato a conoscere un modello sanitario che ha rivoluzionato il concetto di ‘paziente’, partendo da quelli cronici; modello diventato punto di riferimento non solo per le altre province vicine ma anche per molti ospedali fuori regione.

“L’unità operativa complessa è una struttura dotata di dodici posti letto dedicati – ci spiega Macarri – con pazienti che arrivano anche dagli ospedali vicini. Una struttura che è stata identificata, con delibera regionale, come unità di riferimento per l’Area Vasta 3, 4 e 5 per le patologie più complesse. Parliamo di pazienti con determinati quadri clinici che in altre strutture non riescono ad essere gestiti. Così subentriamo noi, avendo a disposizione più attrezzature e un’organizzazione che ci siamo costruiti e che richiede un impegno massimo da parte di tutti, per essere in grado di affrontare una gestione specialistica di questi pazienti. Abbiamo creato inoltre degli ambulatori dedicati. Sono due i settori. L’ambulatorio più recente per la la patologia bilio pancreatica e quello per le malattie infiammatorie croniche intestinali”. E proprio quest’ultimo vede un percorso quantomai completo e innovativo.

CHE COS’E’ LA IBD UNIT

Punto di riferimento di questo metodo innovativo è  la IBD Unit. Un percorso di presa in carico completa del paziente affetto da malattie infiammatorie croniche intestinali, tra queste il Morbo di Crohn o la colite ulcerosa ecc. Patologie sempre più diffuse tra i giovani dalle quali, al momento, non si può ancora guarire completamente ma con cui è possibile convivere e intervenire con farmaci di ultima generazione fino a portare la malattia ad una fase di remissione.

Un’arma vincente, quella ambulatoriale, sotto molteplici punti di vista, partendo da tutti i servizi che vengono offerti al paziente. Non finisce qui: “Ciò ha permesso di ridurre i ricoveri ospedalieri – spiega Macarri –  quindi selezionare soltanto i pazienti più impegnativi per la degenza con un doppio vantaggio per la singola persona e per la struttura considerando che deve tener conto anche delle urgenze che arrivano dal pronto soccorso”.

L’artefice dell’aspetto organizzativo del percorso dedicato alla malattie croniche intestinali, ovvero la IBD Unit che solo lo scorso anno ha contato 1.300 accessi, è la dottoressa Simona Piergallini: “Si tratta di patologie che non hanno al  momento una guarigione definitiva ma, con gli ultimissimi farmaci, hanno ottime probabilità di remissione. Parliamo di un paziente cronico, giovane, che ha necessità per tutta la vita. Ci siamo mossi creandogli una struttura in cui il paziente è al centro dell’attenzione e intorno a lui si muovono i vari operatori. La gastroenterologia coordina l’attività multidisciplinare che è diventata la IBD Unit, composta anche dal dermatologo, reumatologo, chirurgo, radiologo. Queste patologie hanno problematiche che partono dall’intestino ma con aspetti che riguardano le articolazioni, la pelle, l’occhio ed altri distretti.  Abbiamo cercato di dare al paziente un servizio che gli permettesse di avere accessi diretti ai servizi, non passando attraverso le prenotazioni Cup, ma rivolgendosi direttamente all’ambulatorio con appuntamenti già fissati di volta in volta e con la possibilità di arrivare anche senza preavviso qualora la situazione ne richiedesse la necessità. Tutto ciò per ridurre al minimo i tempi di esenzione dal lavoro, perdere meno giorni di scuola possibili e avere un accesso facile alle cure ed esami per un lungo periodo. Ridurre i ricoveri vuol dire, in una patologia cronica, interrompere  il meno possibile la quotidianità del paziente”.

VIAGGIO NELL’UNITA’ OPERATIVA COMPLESSA: AMBULATORI, REPARTO E SALE ENDOSCOPICHE

L’unità operativa complessa di gastroenterologia del Murri di Fermo è strutturata in tre settori. Il primo passaggio è quello ambulatoriale, vero e proprio front office dell’intero percorso di presa in carico del paziente.  Secondo settore è quello del reparto, dedicato ai pazienti più complessi, e infine le sale di endoscopia con le attrezzature di ultimissima generazione per quanto riguarda anche gli esami diagnostici.

Le tre sale di endoscopia, tutte con immagini ad alta definizione, sono il settore strategico del reparto. A spiccare è una di queste: “Si tratta della sala endoscopica più operativa della altre – ci spiega Macarri – la utilizziamo per le procedure specifiche. La caratteristica di questa sala è che innanzitutto abbiamo uno strumento radiologico che ci permette di essere indipendenti. Abbiamo tutta una struttura e un’organizzazione che ci permette di poter sedare il paziente e nei casi più estremi fare l’anestesia e intubare. Abbiamo sedute dedicate con anestesisti anche per i bambini, non quelli piccolissimi. Per i pazienti complessi, di recente, abbiamo introdotto anche un’altra novità: una sala integrata dove riusciamo a fare procedure di operatività biliare insieme all’ecoendoscopia. In un’unica seduta con l’anestesista facciamo entrambi gli esami ed evitiamo al paziente di dover tornare due volte. Teniamo presente che gran parte degli esami, ci avviciniamo ai 7 mila e 500 l’anno, è rappresentata da esami diagnostici. Voglio ricordare le gastroscopie e le colonscopie oltre alle sedute dedicate allo screening del cancro colon rettale e recentemente abbiamo introdotto anche, nell’ambito delle attività sulle malattie infiammatorie, le sedute dedicate di cromoendoscopia ovvero con l’utilizzo di coloranti”.

Ci sono poi delle sale parallele altrettanto importanti. Tra questa senza dubbio la sala disinfezione che rappresenta la certezze e la garanzia che vengano messe in atto le procedure più attuali per garantire la massima sicurezza. “Oltre al lavaggio manuale – spiega Macarri –  ci sono le lava-disinfettatrici elettroniche: gli strumenti vengono immersi in vasche ad hoc, simili a delle lavatrici, che forniscono l’assoluta garanzia tracciata di disinfezione avvenuta correttamente”. Basti pensare che quello di Fermo è il terzo centro d’Italia accreditato dalla Società Italiana Endoscopia Digestiva.

IL SOGNO REALIZZATO: UNA PICCOLA GRANDE SALA A TESTIMONIARE L’ATTENZIONE PER IL PAZIENTE

C’è infine una sala, in prossimità di quelle endoscopiche, a cui il professor Macarri ed il suo staff tengono molto. E’ forse la più piccola ma ha un valore davvero grande, indicativo di quanto l’aspetto umano rappresenti un valore importante. Si tratta della sala da tè dove i pazienti, dopo aver effettuato l’esame, possono riprendersi dalla preparazione e da giorni di digiuno, sorseggiando tè in maniera del tutto gratuita e mangiando qualche biscotto e magari un po’ di marmellata. “E’ una nostra ‘chicchetta’ – spiega Macarri quanto mai orgoglioso – un’idea che mi è venuta quando nel 2001 andai in Canada in un ospedale di Toronto. Vidi delle volontarie  che distribuivano ai pazienti biscotti. Finalmente a Fermo sono riuscito a realizzarla. I vertici hanno accolto questa mia proposta anche grazie all’opera degli infermieri che si sono dati da fare. Riusciamo a dare qualcosa in più come segno di accoglienza e attenzione nei confronti del paziente”.

 


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