di Giuseppe Fedeli *
“È importante sapersi ritirare in se stessi: un eccessivo contatto con gli altri, spesso così dissimili da noi, disturba il nostro ordine interiore, riaccende passioni assopite, inasprisce tutto ciò che nell’animo vi è di debole o di non ancora perfettamente guarito. Vanno opportunamente alternate le due dimensioni della solitudine e della socialità: la prima ci fa farà provare nostalgia dei nostri simili, l’altra di noi stessi; in questo modo, l’una sarà proficuo rimedio dell’altra. La solitudine guarirà l’avversione alla folla, la folla cancellerà il tedio della solitudine”.
Lucio Anneo Seneca, “De tranquillitate animi”
Esiste una solitudine che non scegliamo, ed una solitudine tutta nostra, che abbiamo plasmato a nostra immagine e secondo le nostre esigenze ed inclinazioni. Nel primo caso, questa condizione dell’anima pesa, a volte divenendo insostenibile. Nel caso in cui lo stare soli è, invece, frutto di una scelta, significa che – nella dimensione dell’eros- si è raggiunto un equilibrio senza il “2”, la dualità, che spinge un essere verso l’altro, in quanto ciascuno è mancante dell’altra metà: fin quando l’uno non si fonde nell’altro, ciò che è mirabilmente narrato nel Simposio da Platone. Dice il grande filosofo che l’amore essendo penuria, mancanza ( esso è figlio di Poros -la strada, l’espediente- e di Penìa -la mancanza, appunto, e il desiderio che ne origina-), chi ha scelto questa strada cerca nell’altro il suo completamento. Ognuno dei “due” ha da essere, però, come una quercia: tutte e due gli alberi si fanno ombra, trovano consolazione l’uno nell’altro, ma ognuno ha una esistenza a sé. È il monito del poeta libanese Gibran Kahlil. Complementarmente, nella dimensione collettiva, siamo portati a cercare i nostri “simili”, per instaurare una koinonia, ossia una comunità di interessi e di sensi, di affinità e cooperazione.
Questa riflessione si inalvea nel solco del pensiero del filosofo Seneca, il quale, nel suo saggio “De tranquillitate animi”, ammonisce che la salute del nostro animo si basa su un equilibrio dinamico. Vivere solo in solitudine ci rende schivi e ci fa desiderare la compagnia. Ma vivere solo in mezzo alla folla, senza mai ripiegarci in noi stessi, mette a soqquadro il nostro ordine interiore, in noi ridestando risentimenti e fragilità, che solo il contatto profondo col sé può portare allo scoperto e, sia pure attraverso un percorso di dura ascesi (nel significato di salita), guarire. In sostanza, la solitudine e la socialità non sono una scelta tra due opposti, ma due facce della stessa medaglia: l’una è rimedio all’altra. Una sorta di “concordia discorde” di eraclitea memoria.
In un mondo che ci spinge a essere sempre “connessi” e in mezzo alla folla (il più delle volte virtuale), il contatto costante, talvolta non desiderato – e, in quanto tale, non appagante- con gli altri ci priva di molte delle nostre energie, sottraendoci un po’ di noi stessi. Di qui l’esigenza interiore di restarsene un poco appartati.
E così, prendendo a prestito le categorie aristoteliche di “tempo” e “luogo”, saranno queste -se scelte con consapevolezza e pienezza di volontà- a, decidere del nostro equilibrio interiore.
* giudice















