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Sport valore aggiunto:
i campioni “nostrani” si raccontano,
tra confidenze e progetti

PORTO SAN GIORGIO - Ad aprirsi al pubblico Roberto Tortolini, Mimmo Chiovini, Riccardo Scendoni, Paolo Ottavi, Giuseppe Malaspina, Ilaria Colombo e Giorgio Olivieri. Nel corso della serata affrontato anche il difficile rapporto tra sport, scuola, famiglia e istituzioni
martedì 25 ottobre 2016 - Ore 20:36
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sportivi

Gli atleti intervenuti all’incontro dibattito “Sport: valore aggiunto”

“Lo Sport: un valore aggiunto” e che riesce a scaldare gli animi e a portare i campioni a mettersi a nudo. Ieri sera al teatro parrocchiale Gesù redentore si è tenuto l’incontro dibattito sullo sport organizzato dall’associazione italiana Maestri cattolici, in collaborazione con la “Città di Porto San Giorgio” e la onlus Luca Pelloni. Tra i presenti il sindaco Nicola Loira, l’assessore Valerio Vesprini, l’ospite don Pietro Gervasio, la presidente della “Pelloni”, Maria Teresa Antinori e un nutrito gruppo di genitori e rappresentanti delle società sportive.

Poi loro, i veri protagonisti della serata, gli sportivi: il cestista della Virtus basket, Roberto Tortolini, l’allenatore della “CiùCiù” Offida volley e docente alla scuola regionale Coni, Mimmo Chiovini, l’atleta paralimpico, finalista alle olimpiadi di Londra, Riccardo Scendoni, il ginnasta olimpionico Paolo Ottavi, il presidente della delegazione provinciale Figc Fermo, Giuseppe Malaspina, l’ex ginnasta azzurra Ilaria Colombo e il campione italiano della specialità “lancio del martello” e partecipante ai campionati europei, Giorgio Olivieri. Un dibattito che non ha tradito le aspettative facendosi, dopo i saluti di rito, subito acceso. Un dibattito a doppio binario: quello che ha condotto alla scoperta dei risvolti meno noti, delle intimità e degli ostacoli affrontati da quei ragazzi eccellenze della nostra terra, e quello che spinto per smascherare tutte le ipocrisie che si celano nell’universo che ruota intorno alle discipline sportive. Subito in quinta con don Pietro Gervasio a esortare tutti affinché lo sport “resti un gioco” con l’appello alle famiglie e alla scuola “a formare i ragazzi ai valori religiosi evitando di trasformare la domenica da giorno di unione familiare a momento di accanimento sportivo”. Caterina Pancotto, per la “Pelloni” ha ricordato gli scopi della onlus, ossia “sostenere economicamente i ragazzi svantaggiati che non riuscirebbero altrimenti a svolgere attività sportiva, raccogliere fondi per l’acquisto di materiale sportivo, promuovere e organizzare eventi sportivi non agonistici e diffondere la passione per lo sport, come Luca Pelloni voleva e sapeva fare”. Poi l’annuncio che: “La tombola vivente si rifarà anche quest’anno. Abbiamo anche raccolto circa 600 euro per i terremotati”. Pausa da grande schermo con spezzoni di film da cineteca preparati da Andrea Cardarelli, tutti rigorosamente a tema.

E poi quegli sportivi “nostrani” pronti a mettersi a nudo: “Per me lo sport è un gioco. Vado a scuola, faccio i compiti. E poi cosa faccio? Mi alleno” la sincerità del giovane Giorgio Olivieri. “Lo sport – l’esordio di Roberto Tortolini – mi ha aiutato a vincere la timidezza e l’insicurezza che mi derivavano dal fatto che già a 14 anni ero alto 1,95 metri. Andrebbe valorizzato di più nelle scuole”. “I ragazzi, fino a 17/18 anni sono quello che viene loro insegnato. Per me ogni allenamento – è il turno di Mimmo Chiovini – era una finale di Champions”. E è proprio Chiovini a gettare il primo sasso nello stagno: “Il nostro Stato, i nostri politici sono ciechi e sordi. Si riempiono la bocca con lo sport ma poi abbiamo impianti sportivi da quinto mondo”. “Io sono venuto per imparare. Ho giocato a calcio. E non mi vergogno a dire che ho dovuto smettere perché – si apre Giuseppe Malaspina – ero l’unico a portare uno stipendio a casa. Sono intervenuto anche perché ho avuto la fortuna di conoscere Luca Pelloni. Nel calcio le strutture non sono affatto male. Il grosso del merito nell’attività sportiva va alle società”. “Inutile girarci intorno, se non ci sono strutture non ci sono campioni anche se nelle Marche siamo fortunati – taglia corto Paolo Ottavi – io a 16 mi sono svegliato e mi sono ritrovato ai campionati europei. Da lì è diventato un lavoro. Sono ambizioso nello sport e lo ero anche a scuola. Sì, ho smesso davvero presto di essere bambino”. “In me – la testimonianza di Riccardo Scendoni – la passione per lo sport è nata da piccolo, giocavo a volley con la Videx. A 15 anni ero in serie C. Poi è arrivato l’incidente, ho perso un piede. E sapete come ho ricominciato a fare sport, che per me era tornare alla normalità? Ho fatto una tesi sulle protesi. Da lì l’ho provata, ho iniziato a correre. E sono finito a fare atletica. Per noi paralimpici le difficoltà sono sia nella cultura che ci circonda che nelle attrezzature. Lo sport di squadra mi è mancato, e non poco. Stiamo portando un nuovo sport anche qui nel Fermano: il sitting volley”. “Ad avvicinarmi alla ginnastica è stata mia sorella. A 3 anni ero già in palestra. A 13 anni – il racconto di Ilaria Colombo – facevo gare internazionali. Si smette presto di essere bambini. Gli allenatori devono essere bravi a non far demoralizzare anche i non campioni. Sì, ho un obiettivo che non sono riuscita a centrare nonostante tanti sacrifici: le Olimpiadi. Ma rifarei tutto quello che ho fatto, comunque, senza ombra di dubbio”. Il clima si fa sempre più frizzante. E giù con gli interventi del pubblico: da Robertais Del Moro a Marco Marinangeli, da Gianluigi Rocchetti a Raffaele Rizza e a Emanuela Fraschini.

C’è chi, in rappresentanza di società sportive, punta l’indice contro la fatiscenza degli impianti e una scarsa attitudine da parte dei docenti scolastici a essere flessibili con i giovani atleti, chi, arrivando da una cattedra di scuola, critica invece gli istruttori, rei di “fagocitare” i ragazzi. Chi crede che i ragazzi che fanno sport non “sbroccano” con alcol e droghe, chi tutto il contrario, chi invita le amministrazioni pubbliche a fare di più, chi non si capacita di come lo sport possa essere solo “a pagamento” e chi, come il sindaco Nicola Loira, ha il principale “indiziato” per questo nodo gordiano: “In Italia manca una cultura dello sport a livello istituzionale e tutto viene demandato alle società. Quindi il futuro dei ragazzi dipende anche dalla sensibilità degli insegnanti a scuola”. Insomma mille sfaccettature per un valore aggiunto che, però, nelle stanze dei bottoni lo rimane solo a parole.

Giorgio Fedeli


© RIPRODUZIONE RISERVATA


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