
Ogni film di cui Aaron Sorkin ha scritto la sceneggiatura dall’inizio del XXI secolo ha riguardato una persona reale. “The Social Network“, il mito di Mark Zuckerberg, “L’arte di vincere“, con cui ha immortalato Billy Beane, “La guerra di Charlie Wilson” e poi “Steve Jobs“. Non erano però film interessati a catturare i loro rispettivi soggetti. Sorkin non vuole la storia della loro vita, lui vuole unicamente i fatti, per lasciarli scorrere attraverso la sua fervida immaginazione e arrivare a creare un’idea centrale. La verità potrà anche essere divertente, ma in questi casi non ci si fa molto di più.
“Molly’s Game” rappresenta l’esordio alla regia di Aaron Sorkin e sembra invertire questa tendenza. Certo, questa pellicola biografica si comporta alla stregua di tutte le storie di ascesa e caduta criminali già viste e riviste un milione di volte – con tanto di cosciente voce fuori campo alla “The Wolf of Wall Street” ma i modi sottilmente profondi in cui questo film distorce il passato lo rendono una delle creazioni più divertenti che Sorkin abbia mai scritto.
L’elettrizzante debutto alla regia di Sorkin trae le sue origini dal diario di Molly Bloom del 2013, che ha scritto in attesa della condanna per il suo ruolo in uno dei più grandi giri di poker clandestino degli Stati Uniti. Probabilmente avrebbe dovuto aspettare, come il suo avvocato ricorda durante il film:”Hai finito di scrivere un libro prima che accadesse la parte buona!”
Il film inizia con un memorabile prologo, come quello che Sorkin ha scritto per “The Social Network“. Incontriamo Molly (Jessica Chastain) prima che si mettesse nei guai con la legge, quando era tra i migliori sciatori freestyle del Paese. La sua prova olimpica non va bene e così, tra vari flashback in cui lei ricorda il suo prepotente padre (Kevin Costner), osserviamo come Molly si trasferisca a Los Angeles e finisca per incanalare il suo genio verso iniziative più illecite. Vale a dire, mettere su uno dei più grandi ed esclusivi giri di poker underground del paese, almeno fino a quando anche i federali non decidono di imbucarsi alla festa.
Sorkin, che è sempre sembrato più a suo agio con i soggetti alfa maschili, è stato intelligente (o estremamente fortunato) a far interpretare Molly da Jessica Chastain: personalmente, non ricordo una sua performance così brillante da “Zero Dark Thirty“. L’attrice ci attira così profondamente nei rapidissimi processi di pensiero di Molly che se ne possono quasi percepire le sinapsi, rendendo “Molly’s Game” non solo un ritratto biografico ma un vero thriller della mente. Il brivido deriva dall’osservare che Molly riesce a capire tutto: sa poco del poker o del gioco d’azzardo quando inizia, ma ha appetito per la ricerca, facilità con la tecnologia e talento per calcolare il potenziale non sfruttato di un’idea.
In conclusione, “Molly’s Game” è un film fresco, scoppiettante e sicuro, che fa appello alla nostra intelligenza invece di insultarla. Sorkin risulta naturalmente a suo agio dietro la macchina da presa e la sua direzione è molto simile alla sua scrittura: veloce, precisa e schietta (a volte, forse, anche troppo). Tuttavia, questo era certamente il momento giusto per assumere il pieno controllo e indossare i due cappelli da scrittore-regista.
“Molly’s Game” è senza dubbio il miglior lavoro di Sorkin, con molte delle sue tendenze problematiche rimosse, dando vita a un film incredibilmente divertente, che trasforma in un solo colpo il prolifico scrittore in una doppia minaccia cinematografica.
di Giuseppe Di Stefano














