Per “L’uomo sul treno”, il regista Jaume Collet-Serra ha scritturato con astuzia il collaboratore di lunga data Liam Neeson che ha recentemente annunciato (di nuovo) che si ritirerà dai film d’azione. In quella che sicuramente non è una coincidenza, la giustificazione che Neeson ha dato per il suo ritiro ai giornalisti nel corso del “Toronto International Film Festival” dello scorso anno – “I’m sixty-fucking-five” – ​​ha trovato il suo posto nel dialogo di “L’uomo sul treno” quasi alla lettera:”Ho 60 anni”, supplica Michael MacCauley (Liam Neeson) quando viene licenziato dal suo capo presso la compagnia assicurativa di Manhattan dove ha lavorato come venditore per più di un decennio, sottintendendo la difficoltà di sopravvivere negli anni restanti senza stabilità finanziaria.

 

Un cineasta di genere insolitamente sensibile, dotato di timing e di spettacolo, Collet-Serra si sofferma sul momento di paura esistenziale di MacCauley in un primo piano abbastanza a lungo da consentirci di scrutare a fondo le pieghe e le rughe sul volto di Neeson. MacCauley è un uomo che merita una chiusura di carriera senza ulteriore stress, dal momento che ha faticato a lungo e abbastanza su un lavoro ingrato di 40 ore a settimana; ma purtroppo si trova in un momento che premia solo i truffatori. E lui non è un caso isolato. Nella sequenza che racconta i suoi ultimi 10 anni, si attraversa una faticosa routine mattutina che porta quasi ad un senso di disperazione, fino a quando il regista non collega implicitamente le circostanze della vita del suo personaggio principale con quelle dei suoi compagni di treno, una locomotiva piena di impiegati provenienti dai quartieri esterni – una manifestazione, molto semplicemente, della classe media americana.

La trama del film si movimenta quando, a bordo del treno, arrivano una misteriosa donna di nome Joanna (Vera Farmiga), i suoi scagnozzi d’élite e alcune persone che trasportano carichi sospetti. Joanna invita MacCauley a partecipare ad un esperimento sociale che presumibilmente implicherà un premio in denaro, suscitando la sua incredulità, fino a quando la somma non viene trovata nascosta in un bagno. Il gioco malizioso in cui è incappato richiede che l’uomo ritrovi qualcuno di “non regolare” all’interno del treno, qualcuno al di fuori della routine che egli vive quotidianamente, che nasconde un oggetto prezioso nella sua borsa. A quel punto deve eliminarlo. Il tutto prima di una specifica fermata, altrimenti sua moglie e suo figlio verranno uccisi.

In questa situazione, Collet-Serra compone e sperimenta una varietà di effetti visivi e sviluppa a fondo l’atmosfera scaturente dalla posizione vincolata del protagonista. Con solo brevi e momentanee eccezioni, infatti, il pubblico non è mai separato dalla prospettiva limitata di MacCauley, che è ulteriormente compromessa e complicata da uno spostamento perpetuo della luce di tardo pomeriggio, dall’allineamento e disallineamento delle cabine che seguono la curva dei binari, e dagli inespressi confini sociali all’interno del treno. Collet-Serra escogita una serie di ingegnose manovre tecniche per conferire dinamica al crescente coinvolgimento e alla paranoia del suo protagonista: colpi di inseguimento accelerati che serpeggiano tra i corridoi del treno, la telecamera che si muove scivolando attraverso i fori dei biglietti e allucinanti zoom sull’intera lunghezza del treno che sembrano materializzare febbrilmente la mappa mentale di MacCauley.

Nel frattempo, le provocazioni si susseguono veloci e furiose. Il treno stesso è astutamente disseminato di pubblicità che deridono la situazione di MacCauley – “Se vedi qualcosa, dì qualcosa” – ed è composto da assistenti praticamente inutili e passeggeri che conoscono fin troppo bene MacCauley per non essere preoccupati del suo comportamento. Poi c’è la sempre puntuale chiamata di Joanne da un punto sconosciuto, che continua a ricordare alla vittima la posta in gioco e che per due volte orchestra anche un omicidio civile solo per dimostrare che è onnisciente e non sta scherzando. La velocità con cui il personaggio di Farmiga passa da ridicolo ed amabile a supervillain amorale non è del tutto convincente, ma Collet-Serra mantiene l’azione così focalizzata sulla fatica di MacCauley che, in quel momento, qualsiasi interruzione nella logica che si verifica intorno a lui finisce per alimentare l’atmosfera paranoica.

La fisicità di Neeson non è mai stata simile a quella di un ghepardo, ma riesce a compensare ancora una volta con la forza dei suoi movimenti e la capacità di vendere la fatica attraverso una tesa contorsione del viso. Il suo talento per incarnare personaggi nella media, ma moralmente duri e degni di fiducia, si riconferma anche questa volta. Ciò che “L’uomo sul treno – The Commuter” cerca non è la complessità psicologica, ma piuttosto di soffermarsi sulla forza e sulla speranza apparentemente inesauribili di un uomo di fronte alla corruzione sconfinata e sull’ottimismo finale comunque presente nella sua visione del mondo.

Distribuito da Eagle Pictures, “L’uomo sul treno – The Commuter” è disponibile dal 10 maggio in DVD e Blu-Ray.

di Giuseppe Di Stefano

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