
Liberamente ispirato ad un vero articolo riguardante un reato sul The New Yorker, la trama fittizia vede un barbuto e meditabondo Jim Carrey che veste i panni di un poliziotto polacco, Tadek, senza umorismo e in forte contrasto e distacco dai suoi ruoli comici in cui siamo abituati a vederlo (“Una settimana da Dio”, “Ace Ventura”).
Il film inizia con una serie di scene di donne nude che vengono trascinate in una stanza squallida per essere violentate, vecchie videocassette che vengono mostrate allo spettatore per creare una sensazione di indignazione e preparare lo stato d’animo per il resto del film.
Tadek sta indagando sulla morte di un uomo e presto si convince che la vittima sia stata uccisa da Kozlov (Marton Csokas), uno scrittore nichilista il cui romanzo presenta diversi passaggi che imitano il crimine. In poco tempo Tadek viene risucchiato in una partita a il gatto e il topo con Kozlov e la sua ragazza Kasia (Charlotte Gainsbourg).
I personaggi sono tersi e criptici, il film è ricco di sguardi e attese, pause ed espressioni che contribuiscono a mantenere l’atmosfera cupa e circoscritta delle scene.
Fin dall’inizio Carrey si aggira tra ombre e stanze fatiscenti, ossessionato e riflessivo, impegnato nel suo personaggio e, nel complesso, sempre convincente.
Il finale è forse il momento migliore del film, quando i personaggi sono costretti ad una sorta di azione e gli schemi di tonalità ombrose mantengono la fotografia malinconica e in linea con il resto della storia.
di Eraldo Di Stefano














