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Angela Serafini sull’ex Gigli:
“Del nostro cineteatro
non c’è più niente”

PORTO SANT'ELPIDIO - L'insegnante e il suo gruppo durissimi sul restauro della struttura in centro: "Un blocco dozzinale e privato della sua identità, questo non è certo un restauro conservativo; grave il comportamento della Soprintendenza che avrebbe dovuto sorvegliare"
martedì 25 settembre 2018 - Ore 19:08
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“Dell’edificio originale non è rimasto niente”. E’ l’amara considerazione di Angela Serafini, sull’ex cineteatro Beniamino Gigli in piazza Garibaldi, di cui è ormai in fase avanzata il restauro, che da alcune settimane è stato svelato alla cittadinanza con la rimozione di parte delle impalcature.

“Nel 2010 la Direzione regionale del Ministero dei beni culturali ha sottoposto il Cineteatro Beniamino Gigli ‘a tutte le disposizioni di tutela’ – ricorda l’insegnante – pertanto è stato salvato dalla demolizione, ma non dal degrado e dal disfacimento progressivo, appositamente voluto (?) dai nostri governanti. Infatti, più un bene diventa brutto, più è bella qualsiasi cosa si faccia al suo posto! Si doveva effettuare sull’edificio vincolato un restauro conservativo. In realtà, tolta la copertura, abbiamo visto un edificio diverso: non più a mattoncini, come all’origine e conservati nelle pareti sud ed est, ma tutto ricoperto da intonaco”.

Angela ed il suo gruppo, che per anni hanno mobilitato la cittadinanza per chiedere la tutela della piazza e del suo vecchio teatro, definisce l’edificio come “un blocco compatto, appesantito, dozzinale e privato della sua identità, con una vaga e lontana somiglianza con quello autentico solo per le arcate delle pareti. Tinteggiato in modo anonimo e scialbo, con rifiniture rifatte grossolanamente, come nel caso delle grate stellate originali e intatte, sostituite da copie. I decori sopravvissuti sono stati eliminati e ricostruiti con laterizi moderni: i timpani nord e sud, le foglie ai loro lati, le paraste (colonne attaccate al muro), realizzati con uso di polistirolo intonacato e tinteggiato. Cosa dire delle finestre, delle porte in lamiera e dei fumaioli che fanno bella mostra di sé in alluminio e in acciaio?”

Secondo la Serafini, uno “svilimento che non riguarda solo il restauro esterno, ma anche quello interno che ha subito una radicale e drastica trasformazione. È stato completamente sventrato e svuotato, in nome del dio quattrino, per ottenere negozi, un piccolo spazio per eventuali incontri e un ballatoio per sistemare una esigua biblioteca.
Il motto decorato ‘Chi vuol essere lieto sia del doman non c’è certezza’, cancellato, sarà riscritto in fondo alla parete.
Questo non è restauro conservativo! Veramente, di questo edificio, niente è rimasto di autentico all’infuori delle murature perimetrali ed ancora una volta è stato ricoperto ed imprigionato, ieri con cemento e frangisole in cotto – ma restavano scoperte le pareti sud ed est- oggi con pesanti colate di cemento sia internamente che esternamente.
In questo modo sarà per sempre irrecuperabile. Possiamo concludere che l’opera realizzata non è neanche un misero falso storico”.

Una responsabilità che secondo la maestra “ricade sui nostri governanti che hanno attuato accordi scellerati con il privato, che ha curato i propri interessi a discapito dell’intera collettività. Ancora più grave è il comportamento tenuto dalla Soprintendenza di Ancona che ha permesso un simile intervento su un bene dalla stessa vincolato e un uso di materiale non appropriato ad un restauro. Eppure l’ente ministeriale assicurava uno stretto controllo dei lavori sotto ‘l’alta sorveglianza’ dell’architetto Mazzoni, come scritto nel cartellone informativo di cantiere. A questo punto ci chiediamo: a cosa servono le Soprintendenze? Hanno ancora motivo di esistere? L’edificio che ora abbiamo a qualcuno può anche piacere (visto come era stato ridotto), ma resta il fatto che non avremo più il teatro in piazza, il nostro unico vero teatro”.


© RIPRODUZIONE RISERVATA


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