“Non ti ho mai detto di cosa si tratta”, dice Adina Pintilie all’inizio di Ognuno ha diritto ad amare. L’obiettivo della confessione è vago: è possibile immaginare che le sue parole siano rivolte a un amante, a un amico, a un genitore o allo spettatore stesso, che sarà ulteriormente sfidato ad interpretare ciò che seguirà col progredire della pellicola.

Spinto dall’intuito, dall’emozione e dall’indagine filosofica piuttosto che dalla trama, il lungometraggio d’esordio della giovane scrittrice e regista rumena Adina Pintilie è un saggio semidocumentario in cui i personaggi si cimentano con i piaceri e le sofferenze dei loro corpi nudi, andando poi ad indagare su come si relazionano con essi. Si potrebbe dire che ciò di cui parla il film si trova al di là della portata di immagini e parole: è una meditazione psicologica sulla natura della fisicità, che colpisce per la sua intelligenza, sicurezza ed originalità.

Nudo e intimità sono i temi alla base di Ognuno ha diritto ad amare, che ci mostra una manciata di persone provenienti da diversi paesi (tra cui alcuni attori professionisti e alcune prostitute) parlare dei loro desideri, angosce e inibizioni in modi a volte sorprendentemente aperti e spesso piuttosto astratti, al punto che ci rimane difficile dire chi dei personaggi sia un attore e chi no; le performance sono eccezionalmente realistiche. Ma una cosa è certa: mentre le persone si esplorano sullo schermo, non sono sole. Le telecamere di Pintilie sono lì con loro, ma dolcemente, rispettosamente invadendo le sfere più private della risposta sessuale.

Anche se non tutti i momenti sono affascinanti da guardare, la maggior parte di essi lo è e lo spettatore si troverà di fronte ad una franca rappresentazione delle diversità dell’intimità che ne stimolerà il pensiero e, magari, lo aiuterà anche nel comprendere maggiormente se stesso.

di Giuseppe Di Stefano

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