di Eraldo Di Stefano

Ambientato in un’Argentina del 1971, L’angelo del crimine, diretto da Luis Ortega, è un po’ come se Call me by your name riguardasse un sociopatico amorale che si lega insieme al suo amante al crimine, invece che all’arte. Lorenzo Ferro interpreta Carlos, l’angelo del titolo, il racconto apparentemente basato su una storia vera raffigura il protagonista come uno spirito libero e seducente, che vivo ogni momento godendosi il suo brivido innato, non curante di alcuna regola, legge, genere, sessualità o empatia.

“Ero un ladro nato”, così si autodefinisce Carlos fin dall’inizio, “non ho mai creduto nel concetto di tuo e mio”. Durante il suo percorso, Carlos incontra Ramon (Chino Darin) il suo interesse amoroso, in una classe di saldatura a scuola, quando passandogli la torcia sul collo, viene da lui “picchiato” avendo così il loro primo incontro.

È naturale essere un po’ affascinati dai sociopatici, figure misteriose e ambigue, che sembrano vivere liberi dal senso di colpa, dalla paura, dalla sofferenza e dall’introspezione. Carlos è particolarmente affascinante perché, a differenze dei suoi coetanei, lui non si preoccupa dello status o del pensiero degli altri, vive libero e spensierato. Non è alla ricerca di attenzioni, deferenze o approvazioni, semplicemente gode ogni momento senza riguardo per il passato o per le conseguenze future.

Mentre la maggior parte delle persone disturbate psicologicamente è falsa e bugiarda, Carlos è in una sorta di nirvana impareggiabile di assoluta autenticità e sincerità, senza filtri e senza crearsi problemi di nessun tipo, per alcuna questione. E il fatto che egli trascuri così tanto le regole mentre vive in una società così autoritaria, lo rende vagamente catartico anche quando è oggettivamente crudele.

L’angelo del crimine è un film divertente, oltraggioso e visivamente bello, che vedendolo sembra più corto di quanto effettivamente lo sia.

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