di Giuseppe Fedeli *
«Nei giardini che nessuno sa. Maltrattamenti fisici e psicologici ai danni di anziani ospiti in una Rsa. È la pesante accusa formulata ai danni di tre operatori in servizio in una struttura che lavoravano a vario titolo nella stessa. È stata data esecuzione alla ordinanza di misura cautelare che vieta l’avvicinamento alle persone offese, con contestuale divieto di esercizio della professione.
Ci sono esistenze che non le puoi cambiare, votate all’altro per vocazione, che non possono fare a meno di tendere la mano al prossimo, a chi la società ritiene, in nome della cultura dello scarto, un fastidio, e viene gettato a mare perché incapace di provvedere ai più elementari bisogni.
Dall’altra parte, ci sono anime nere: compiendo gesti ai danni di chi, prima di accomiatarsi da un palco vuoto e desolato, chiedono solo un po’ di comprensione, e amore. Anziani lasciati spesso soli, senza nemmeno il conforto di qualche visita, che si scrutano l’un l’altro, e stringono tra le dita scarnificate, tremanti, quelle piccole cose che ricordano la vita che fu: ricordi che mulinano vorticosamente in quelle teste incanutite o glabre, scarmigliate o ben curate, giunchi alla sferza del vento.
Io li conosco i luoghi chiamati Rsa. Li conosco perché mio padre ci passò l’ultimo segmento della sua vita. Terremotato sfollato, ho sentito la disperazione, ho toccato con mano il dolore muto, accecante, ho accarezzato membra cadenti, un volto implorante, bambino. Ho colto lo sguardo che si perdeva oltre la linea dei monti. Le case di riposo sono abitate da inquilini, che a tutta prima possono sembrare strani, ma che sono come noi, solo, imprigionati nel loro corpo. Schegge, schegge di vetro pronte a rompersi in mille pezzi, ma anime composte, regali nella loro dignità. La cultura dell’edonismo non sopporta tuttavia l’ingombro di certi soggetti, non più efficienti, che costa fatica e sudore accudire. E allora, se qualcuno cerca soltanto un posto “nei giardini che nessuno sa” per tirare a campare se ne vada, immediatamente.
Vergogna: chi non vive per servire, non serve per vivere. A maggior ragione il monito vale per chi ha scelto un lavoro che richiede sacrificio e dedizione verso il prossimo: un nobile servizio che, in un raccapricciante giro di boa, a volte si trasforma, in primis contro il vuoto che ammorba il sangue e l’anima di chi, freddamente, la attua. Ma questi, prima o poi, dovranno specchiarsi in quella limpidezza di sguardo che non gli appartiene, nelle lacrime che illuminano un dolore, che per un attimo può diventare sconfinata gioia».
* giudice di pace
Maltrattamenti sugli anziani nella struttura residenziale, indagati tre operatori















