Maurizio Petrocchi

di Maurizio Petrocchi 

Professore – Università di Macerata e École de Guerre Économique (EGE) Parigi-Rabat

Spagna e Marocco: come una frontiera fortificata sia stata aggirata non da una superiorità materiale, ma dal mutamento del perimetro giuridico che la definisce e perché la pressione migratoria sia insieme una leva coercitiva e il sintomo di una fragilità condivisa.

La crisi di questo fine luglio 2026 non è un semplice incidente di frontiera. È il punto in cui convergono tre processi distinti: la ridefinizione giudiziaria di un regime di eccezione, il progressivo svuotamento economico delle due enclave spagnole e il consolidamento internazionale della posizione marocchina sul Sahara Occidentale. Leggerli insieme non significa postulare l’esistenza di un disegno unitario. Significa riconoscere che il problema spagnolo non è più soltanto di capacità, ma soprattutto di garanzia.

Il 30 luglio il governo spagnolo ha disposto l’impiego delle Forze armate a sostegno della Guardia Civil a Ceuta. Le stime degli ingressi divergono sensibilmente: da alcune centinaia a diverse migliaia, fino alle valutazioni più elevate, secondo le quali gli arrivi corrisponderebbero a oltre il 50% di una popolazione di circa 83.600 abitanti.

Anche il bilancio delle vittime oscilla: tra le nove e le undici accertate nelle prime ore, con cifre superiori non ancora consolidate. Questa divergenza non rappresenta soltanto un limite della cronaca. È essa stessa un dato analitico. Nessuno degli attori dispone o intende mettere pubblicamente a disposizione una contabilità condivisa dell’evento, perché la sua dimensione numerica è parte integrante della contesa politica.

Il passaggio decisivo, tuttavia, era avvenuto altrove e alcune settimane prima.
La Sezione Quinta della Sala del Contenzioso-Amministrativo del Tribunal Supremo, con sentenza deliberata il 29 giugno e resa nota l’8 luglio, ha respinto il ricorso dell’Avvocatura dello Stato e stabilito che il regime eccezionale del respingimento in frontiera non può essere applicato a chi venga intercettato in mare mentre tenta di raggiungere a nuoto Ceuta o Melilla.

Chi entra per mare, infatti, non supera un «elemento di contenimento» collocato lungo la frontiera terrestre e deve pertanto essere sottoposto alla procedura ordinaria di espulsione.

La sentenza offre all’analista strategico più di quanto sembri offrire al giurista. La Corte precisa infatti che nulla impedirebbe l’applicazione del regime speciale qualora fossero istituiti elementi di contenimento in mare a protezione della linea di frontiera.

La vulnerabilità, dunque, non risiede nella norma, ma nell’architettura del perimetro. Lo Stato spagnolo ha costruito il proprio sistema di contenimento interamente in verticale, sulla terraferma, senza estenderlo all’acqua. Il diritto non ha aperto la breccia: ha reso visibile quella che già esisteva nella geometria della difesa.

Il nesso causale tra la sentenza e l’ondata migratoria non deve essere assunto acriticamente. È la versione proposta dal Ministero dell’Interno spagnolo e, dunque, una lettura necessariamente interessata. Essa è tuttavia corroborata da alcuni elementi indipendenti: nel 2025 le persone soccorse mentre tentavano di attraversare lo Stretto a nuoto sarebbero state circa diecimila, mentre nella sola settimana successiva alla decisione giudiziaria si sarebbero registrati centocinquanta tentativi.
Il meccanismo appare coerente e la sequenza degli eventi è verificabile. Ciò che non può essere dimostrato sulla base delle informazioni disponibili è l’intenzione di chi ne abbia eventualmente tratto vantaggio.

Cinquant’anni di apprendimento
La profondità storica pertinente non è quella dei titoli territoriali Melilla dal 1497, Ceuta dal 1668 perché non è il fondamento giuridico della sovranità spagnola a essere realmente in discussione.

La genealogia utile comincia nel novembre 1975, con la Marcia Verde. Una mobilitazione civile consentì di ottenere, senza un combattimento aperto, ciò che un’operazione militare avrebbe reso politicamente e diplomaticamente molto più costoso. Una potenza europea in piena transizione dinastica cedette un territorio davanti a una folla disarmata, perché il costo dell’uso della forza contro i civili avrebbe superato il valore politico attribuito al mantenimento del possesso.

Il precedente non può essere trasferito meccanicamente alla situazione attuale. Nel 1975 si trattava di un territorio coloniale coinvolto in un processo di decolonizzazione; oggi si tratta di città che costituiscono parte integrante del territorio spagnolo e dell’Unione europea e che, dal 1995, hanno lo status di comunità autonome.

Lo statuto giuridico è dunque incomparabile. Comparabile è invece il meccanismo: la produzione, deliberata o semplicemente tollerata, di una pressione demografica che l’avversario non può contrastare con la forza senza sostenere un costo di legittimità superiore al beneficio ottenibile.

La crisi del maggio 2021, innescata dall’accoglienza sanitaria in Spagna del leader del Fronte Polisario, ha reso questo meccanismo concretamente verificabile. Nel 2022 Madrid ha riallineato la propria posizione sul Sahara Occidentale al piano di autonomia marocchino.

La sequenza è documentata. L’imputazione causale richiede invece prudenza, perché il riallineamento spagnolo rispondeva anche ad altre variabili, tra cui la sicurezza energetica, il rapporto con l’Algeria e la necessità di ricomporre la cooperazione bilaterale con Rabat.

Resta tuttavia un dato, una leva che sia stata anche soltanto percepita come efficace non esce più dall’arsenale. Entra nel calcolo permanente di entrambe le parti e, soprattutto, in quello di chi la subisce.

È a questo punto che la lettura puramente strumentale richiede una correzione, forse la più importante.
La mobilitazione è partita da Fnideq, la città marocchina situata di fronte all’enclave, dove migliaia di persone, prevalentemente giovani, ma anche famiglie e anziani, si sono riversate verso la costa.

Fnideq è precisamente la località la cui economia dipendeva dal traffico frontaliero informale con Ceuta, progressivamente soppresso da Rabat attraverso la chiusura dei varchi commerciali tra il 2018 e il 2019.

Ne deriva un collegamento che nessuna delle due letture dominanti riesce a cogliere pienamente.

La stessa politica che ha degradato le enclave da nodi commerciali a centri di costo, sostituendo il traffico informale con infrastrutture portuali poste sotto il controllo marocchino, come Tanger Med e Nador West Med, ha prodotto sul versante meridionale, una disoccupazione giovanile che costituisce oggi la base sociale sulla quale si innesta la pressione.

La leva coercitiva non è stata costruita ex novo. È emersa come effetto secondario di una più ampia riorganizzazione logistica ed economica.

Questo spiega sia la rapidità con la quale essa può essere attivata, sia il motivo per cui appare meno controllabile di quanto suggerisca una lettura esclusivamente strumentale. Chi apre un rubinetto alimentato da una pressione che non ha interamente creato non è necessariamente in grado di governarne la portata.

Anche la categoria di «minaccia ibrida», utilizzata da alcune fonti militari spagnole, rischia di oscurare più di quanto spieghi. Essa suggerisce l’eccezionalità di ciò che costituisce, invece, una forma ormai ordinaria della competizione tra Stati caratterizzati da una relazione asimmetrica. Allo stesso tempo, tende ad attribuire a un singolo attore un grado di controllo che le dinamiche economiche e sociali sottostanti non sembrano confermare.

Le capacità militari marocchine, la quota preponderante di forniture statunitensi nell’ultimo quinquennio, l’acquisizione di caccia di nuova generazione e un programma pluriennale di riarmo, non costituiscono lo strumento direttamente impiegato.

Ne rappresentano però lo sfondo: la ragione per cui Madrid non può considerare un’eventuale escalation come un’opzione a basso costo.

Le intenzioni ufficialmente dichiarate da Rabat restano quelle di un partner impegnato nel contenimento dei flussi. Alla fine di luglio le autorità marocchine hanno effettivamente respinto una parte consistente delle persone dirette verso Ceuta, attribuendo la mobilitazione all’attività di organizzazioni criminali.

La strategia implicita può essere inferita dalla ripetizione dei comportamenti, ma non è dimostrata da documenti pubblici. La gestione del rubinetto, tuttavia, può avere un valore politico maggiore della sua completa chiusura.

Sul piano normativo, il baricentro del rapporto di forza si è già spostato.
Il riconoscimento statunitense della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale nel 2020, seguito da Israele, dalla Francia, dalla qualificazione britannica e dal linguaggio adottato nella risoluzione delle Nazioni Unite dell’ottobre 2025, ha progressivamente convertito una posizione a lungo contestata in uno standard internazionale emergente.

Tre dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza convergono ormai, con formulazioni e gradi di riconoscimento differenti, verso una posizione favorevole a Rabat.

Il riallineamento spagnolo del 2022, deciso per raffreddare una grave crisi bilaterale, ha contribuito alla cascata diplomatica che oggi riduce il margine negoziale di Madrid. È un caso quasi manualistico di concessione tattica capace di erodere la posizione strutturale di chi la compie.

Su questo sfondo, il rifiuto spagnolo dell’obiettivo NATO del 5% del prodotto interno lordo deve essere letto con cautela.

Nessun trattato impone formalmente soglie determinate di spesa e la scelta di fermarsi al 2,1% resta espressione della sovranità nazionale, oltre a risultare comprensibile in un sistema politico nel quale il consenso verso un forte aumento del bilancio militare rimane minoritario.

Il nesso con Ceuta e Melilla, tuttavia, non riguarda direttamente le capacità militari. Riguarda il credito politico.

L’articolo 6 del Trattato Nord Atlantico circoscrive l’ambito territoriale della difesa collettiva ai territori europei e nordamericani degli Stati membri e alle isole situate nell’Atlantico a nord del Tropico del Cancro. Ceuta e Melilla restano fuori da questa delimitazione.

La loro protezione non è quindi coperta da una garanzia automatica e giuridicamente esigibile. Dipende da una decisione politica degli alleati.

Nessuna percentuale di spesa avrebbe modificato la formulazione approvata nel 1949. Un maggiore contributo alla difesa comune avrebbe però potuto aumentare la quantità di capitale politico e relazionale disponibile nel momento in cui la discrezionalità altrui dovesse essere attivata.

La Spagna non ha dunque soltanto un problema di percentuali. Ha un problema di garanzia e ha ridotto una delle poche riserve politiche capaci di compensarne l’assenza.

Madrid potrebbe acquistare una tregua attraverso concessioni successive: una riforma legislativa del regime dei respingimenti oppure, più probabilmente, la costruzione di elementi di contenimento marittimi, che la stessa sentenza del Tribunal Supremo indica come possibile via d’uscita; una maggiore cooperazione economica; ulteriori allineamenti sui dossier considerati strategici da Rabat.

In questo scenario, la sovranità nominale resterebbe intatta, mentre la capacità decisionale spagnola subirebbe una progressiva contrazione.

Gli indicatori da monitorare sono la riapertura selettiva delle dogane commerciali, il contenuto dei futuri accordi tra Unione europea e Marocco nei settori dell’agricoltura e della pesca e la posizione assunta dalla Spagna dopo le pronunce della Corte di giustizia dell’Unione europea.

La Spagna potrebbe cercare di trasformare un’esposizione bilaterale in un onere europeo, chiedendo finanziamenti straordinari, un maggiore coinvolgimento di Frontex e l’inclusione esplicita delle enclave nella politica di gestione delle frontiere dell’Unione.

Madrid guadagnerebbe risorse, capacità operative e legittimazione politica, ma perderebbe una parte dell’esclusività del controllo.

Gli indicatori rilevanti saranno il linguaggio adottato dai Consigli europei nei confronti delle due città, l’esito della pressione italiana sulla sospensione di Schengen e l’entità degli eventuali trasferimenti finanziari straordinari.

La roadmap decennale di cooperazione per la difesa, firmata al Pentagono il 16 aprile 2026, definisce un vincolo istituzionale, non una semplice preferenza contingente.

Nella stessa direzione si muove il National Defense Authorization Act per l’anno fiscale 2027, che ne impone al Pentagono l’attuazione attraverso un piano dedicato alla modernizzazione militare, al controterrorismo, ai droni e alla cibersicurezza.

Gli indicatori da osservare saranno la dimensione e la collocazione delle future esercitazioni African Lion, l’approvazione di nuovi pacchetti di armamenti e l’eventuale menzione o il persistente silenzio di Ceuta e Melilla nei documenti strategici e operativi degli alleati.

Un quarto esito deve essere monitorato con la stessa attenzione: una stabilizzazione genuina dei flussi, prolungata nel tempo e non correlata ai dossier diplomatici aperti, indebolirebbe l’ipotesi strumentale qui esposta.

È questa l’evidenza che potrebbe smentire l’analisi e che deve essere ricercata con la stessa cura riservata agli elementi che sembrano confermarla.

Il test è già disponibile: se una futura ondata migratoria dovesse precedere, anziché seguire, una frizione bilaterale, la lettura coercitiva perderebbe forza a favore di una spiegazione prevalentemente sociale ed economica.

Il titolo spagnolo su Ceuta e Melilla è il più antico della regione e, sul piano giuridico, il meno contestabile.

Proprio per questo non è più il titolo giuridico il vero oggetto della contesa.

Ciò che si sta ridefinendo non è la proprietà del territorio, ma il prezzo del suo esercizio. Chi riesce a determinare il costo necessario per conservarlo può condizionarne progressivamente il destino, senza doverne mai rivendicare formalmente il possesso.

Resta una domanda che nessuna percentuale di bilancio può risolvere: quando una sovranità non è protetta da una garanzia esigibile, ma dalla riluttanza dell’altra parte a esercitare fino in fondo la propria leva, di quale sovranità stiamo ancora parlando?

 

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