Licio Livini

Riceviamo dal dr. Licio Livini (ex direttore del Distretto e dell’Area Vasta 4 di Fermo) e pubblichiamo:

 

«L’addio a Giovanna Picciotti e il nodo della governance della sanità marchigiana. Ci sono assenze che non si limitano a lasciare un vuoto affettivo, ma impongono una riflessione profonda sul senso del nostro lavoro che abbiamo svolto e sullo stato delle istituzioni che abbiamo servito. La scomparsa di Giovanna Picciotti (leggi l’articolo di Cronache Picene), amica e collega straordinaria, è per tutti noi una ferita che fa male. Ma è anche un richiamo alla responsabilità. Dedico a lei queste riflessioni, non per formalità, ma perché so quanto Giovanna avesse a cuore la sorte della sanità pubblica marchigiana. Ha vissuto la dirigenza sanitaria non come una posizione di potere, ma come un esercizio quotidiano di tutela dei diritti dei cittadini, unendo un rigore tecnico impeccabile a una rara umanità. Oggi, guardando allo stato in cui versa la dirigenza sanitaria nella nostra regione, il confronto con la sua figura diventa inevitabile e impietoso. La sanità marchigiana sta attraversando una delle stagioni più complesse della sua storia recente. Al di là dei proclami, si registrano ogni giorno le conseguenze di una crisi gestionale e strutturale non più rinviabile, che vede il tramonto delle responsabilità tecniche e la eclissi della visione.

C’è stato un tempo in cui le Marche non erano solo una regione, ma un laboratorio nazionale di sanità. Un’epoca in cui la politica indicava la rotta, ma il timone era saldamente nelle mani di una classe dirigente tecnica capace di dare indicazioni importanti su dati epidemiologici, sostenibilità economica e rigore scientifico. Erano gli anni della cosiddetta “Scuola Marchigiana”, nomi come Franco Di Stanislao, direttore della Agenzia Sanitaria Marche, a cavallo degli anni 2000 con grandi competenze su formazione e ricerca, Peppe Zuccatelli per oltre un decennio dg sanità regionale, tra l’altro padre della Azienda Sanitaria Regionale, Carmine Ruta, guida della Sanità regionale dal 2007 al 2012 e artefice dell’ospedale nuovo di Fermo, Piero Ciccarelli indimenticato per le sue profonde riforme strutturali, e poi altre emerite figure di direzione che non erano semplici esecutori, ma mediatori colti tra il desiderio elettorale e la realtà del bisogno di salute, ancor più impegnati in periodi difficili come il decennio della recessione economica.

Oggi, quel “filtro tecnico” sembra evaporato, lasciando spazio a un’amnesia organizzativa che rischia di trasformare la sanità marchigiana in un corpo robusto che vaga senza testa. Il cuore della crisi attuale non è solo la carenza di fondi e di personale, ma la progressiva politicizzazione della gestione, dove la leadership tecnica scompare e il dirigente si trasforma in un terminale passivo di pressioni. Il passaggio alle Ast (Aziende Sanitarie Territoriali) doveva avvicinare la gestione al cittadino, ma il rischio reale è la frammentazione. Senza un coordinamento centrale forte, con un’Agenzia Regionale Sanitaria (Ars) oggi svuotata di quella autorevolezza che un tempo imponeva standard qualitativi, ogni Ast rischia di diventare un piccolo regno autonomo, aumentando le disuguaglianze tra province.

L’erosione dell’autorevolezza non risparmia la classe medica, schiacciata tra una sindacalizzazione focalizzata solo sui contratti e il peso insostenibile del burnout, e così tanti professionisti fuggono verso il privato o il “gettonismo”. Quello che manca è il senso di appartenenza a un sistema programmato. Negli anni 2000, grazie a collaborazioni d’eccellenza con Agenas e Bocconi, i direttori di Distretto tra cui Giovanna, io ed altri, erano stati formati per essere “manager di Comunità” :avevano imparato a leggere i bilanci ma anche la piramide dell’età di un territorio. Oggi purtroppo abbiamo ancora troppi medici di medicina generale che sono rimasti isolati, mentre le Case di Comunità finanziate dal Pnrr rischiano di restare scatole vuote, mura senza un’anima, se non si recupera quel modello di medicina d’iniziativa che va a intercettare il bisogno a casa del paziente.

«Per uscire da questo stallo serve restaurare un’eredità intellettuale, servono i pilastri per una “Agenzia Regionale Sanitaria 2.0” e una nuova governance. Serve l’indipendenza e la forza della tecnica, serve una Ars (Agenzia Sanitaria Regionale) come Think Tank per tornare a essere il cervello strategico della regione, un luogo di alta formazione dove la “vecchia guardia” faccia da mentore ai giovani talenti. Il nuovo dirigente marchigiano deve saper leggere i Big Data e l’intelligenza artificiale, ma deve conoscere anche l’antropologia dei nostri borghi, perché di fatto non si gestiscono posti letto, ma si gestiscono percorsi di vita. Occorre un Patto del Territorio obbligando i medici di base a forme aggregate reali. La sanità non può curare la solitudine, ma deve curare le patologie legate all’isolamento. Le Marche hanno dimostrato in passato che è possibile coniugare l’efficienza del Nord con l’umanità del Centro-Sud. C’è ancora una base di giovani professionisti che aspetta solo una guida illuminata per emergere, ma il tempo stringe. Recuperare la “Scuola Marchigiana” significa capire che la sanità non è solo un bacino di voti, ma soprattutto la più alta forma di architettura sociale. Senza un ritorno al primato della competenza tecnica, anche l’ospedale più moderno resterà un guscio privo di visione. Occorre ridare un cervello al sistema. Ciao Giovanna che la terra ti sia lieve».

 

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