di Giuseppe Fedeli *
Orfeo ed Euridice, mito senza tempo
«Se tardi a trovarmi, insisti. Se non ci sono in nessun posto, cerca in un altro, perché io sono seduto da qualche parte, ad aspettare te.» — Walt Whitman
Il mito di Orfeo ed Euridice ha non dissimile sembianza dalla ricerca dell’uomo, dal suo insonne tentare di deviare il destino, e rendere eterni l’amore, e la Bellezza: così da diventarne un archetipo.
Già iniziato ai misteri di Dioniso, dopo la perdita della amata Euridice, ad Orfeo fu permesso, da Ade e Persefone, i guardiani dell’oltretomba, di
entrare nel Regno delle Ombre, per riportare con sé la sua amata: ma, durante il cammino, nel mondo dei vivi, non appena si volta, il musico, che aveva trasgredito all’ingiunzione delle deità infere, vede Euridice, la ragione della sua vita, svanire.
Così in parte noi, che inseguiamo, fino al sacrificio supremo, una vita destinata alla rovina, facendo di tutto per curvare i fati verso l’essere. Nella stessa guisa rincorriamo la Bellezza, che se ne va, e che vorremmo trattenere per sempre, incatenandola al presente, quando si incominciano a vedere i segni del suo decadimento. Non lasciarlo mai morire. E, una volta avvenuto il trapasso, riportarlo in vita. Che cosa ci insegna, dunque, il mito?… che l’amore, se si perde come oggetto, pur nel dolore inconsolabile causato dal vuoto, resta immortale.
* giudice















