Giuseppe Fedeli

di Giuseppe Fedeli *

«Non viviamo mai, ma speriamo di vivere; e disponendoci sempre a essere felici, è inevitabile che non lo siamo mai»
Blaise Pascal, “Pensées”.
Quante volte abbiamo sentito dire frasi come «sarò felice quando mi traferirò da questo posto», oppure «riuscirò a rilassarmi quando andrò in vacanza». Et coetera. Oggi viviamo in una bolla perpetua, aspettando un fantomatico treno “destinazione paradiso”. Questo malheur, di cui potrebbe essere causa l’iperproduttività o i social network, era già stato “diagnosticato” quasi quattrocento anni fa da una delle più belle menti della storia del pensiero. Oltre ad essere un eminente fisico ed un altrettanto prodigioso matematico, Blaise Pascal si dedicò allo studio della filosofia e della teologia, giungendo alla conclusione che, nonostante l’uomo sia capace di elaborare un ragionamento, egli è prigioniero del tempo. Nel frammento 47 delle sue Pensées, Pascal analizza le ragioni della nostra incapacità di “essere” nel qui e ora, essendo noi usi a rimemorare il passato (rievocato con nostalgia), oppure a guardare al futuro come unica possibilità per vivere «davvero»: saltando a pie’ pari il presente.
La ragione di questa postura si deve, secondo il filosofo, al fatto che il presente ci procura disagio o ci delude, in tal modo spingendoci a fuggire da esso. In poche parole, il prae-sens (secondo etimo: attuale, che ci sta davanti) ci disturba in quanto, se vissuto così com’è, ci costringe a fermarci e a guardare dentro di noi, alla nostra fragilità – l’ombra di cui parlava Jung- e verità. Sempre del filosofo francese la celeberrima pensée, che riassume il il senso della fuga dell’uomo dall’hic et nunc: “…tutta la infelicità dell’uomo viene da una sola causa: non sapersene star quieto in una stanza”.
Per sfuggire a questa angoscia esistenziale, l’essere umano ricorre al divertissement (la distrazione, da dis- trahere, trarre altrove, trarre in ogni direzione). Riempiamo così la nostra agenda di programmi, progetti, ansie e obiettivi futuri per eviare di specchiarci in noi stessi nel momento presente. Oggi queste distrazioni sono i «like» su Instagram o lo scroll infinito sui social network; ai tempi di Pascal erano la caccia, il gioco d’azzardo o gli intrighi di corte. Ma il meccanismo neurologico e psicologico è esattamente lo stesso, ieri come oggi. La genialità della Pensée di Pascal risiede nella sua logica matematica applicata alle emozioni. Se il presente è soltanto un “mezzo” e il futuro è il nostro unico “fine”, il teorema della felicità (che parola grossa!… meglio realizzazione) non arriverà mai a soluzione. Pianificando continuamente come essere felici domani, ci rendiamo sistematicamente incapaci di esserlo nel momento presente (“verità” che, ai giorni nostri, ha già trovato conferma nelle neuroscienze). Futuri(bili) che, peraltro, generano altri futuri, non riuscendo mai a soddisfare il mondo immaginale.
È questa la ragione per la quale Pascal ci ricorda (“presente storico”) di smettere di ipotecare la nostra serenità mentale in nome di quei “se” e di quei desideri proiettati al futuro.
Tale pensiero richiama il punto centrale della riflessione di Seneca: la felicità non nasce dal passato, ma dalla capacità di abitare davvero il presente. Il filosofo stoico, così dicendo, ci ammonisce che la vera sfida non è avere più tempo, ma imparare a non perderlo inseguendo ciò che non esiste più. Famosa la sua locuzione: “Non è vero che abbiamo poco tempo: la verità è che ne perdiamo molto”.
In conclusione, l’uomo cerca di controllare un tempo – il futuro – sul quale non ha potere alcuno, gettando via l’unico tempo che per definizione “ontica” ci appartiene: il presente.

 

* giudice

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