Lettera aperta di Licio Livini (ex direttore dell’Area vasta 4 di Fermo):
«Il congedo di un simbolo della sanità pubblica fermana visto con gli occhi di chi ha diretto la Sanità Fermana dal 2015 al 2021. Un tributo all’amico e al professionista, ma anche una denuncia contro l’obsolescenza forzata del nostro capitale umano più prezioso.
C’è una frase che riassume la grandezza etica e professionale di una vita intera, ed è quella che in questi giorni risuona nei corridoi dell’ospedale Murri: «Fosse per me, resterei. Ho dato la mia vita a questo ospedale, mai un’ora di lavoro da privato». A pronunciarla, con quel misto di orgoglio e malcelata nostalgia che appartiene solo ai grandi maestri, è il dottor Giampiero Macarri, per tutti semplicemente il “super primario”.
Un medico d’altri tempi e al contempo straordinariamente moderno, che per raggiunti limiti di età si trova costretto a togliere il camice. Non per stanchezza, non per mancanza di lucidità, ma per un freddo automatismo anagrafico.
L’uscita di scena di una figura come Giampiero Macarri non è soltanto una notizia di cronaca locale o il momento dei doverosi ringraziamenti a un professionista amato: è un paradosso sociale e culturale che interpella la nostra società. Come possiamo permetterci di rinunciare a un simile capitale umano proprio nel momento della sua massima saggezza clinica?
Stiamo vivendo una svolta epocale. Quella che gli scienziati chiamano la “velocità di fuga della longevità” non è più fantascienza: grazie all’informatica applicata alla biologia e alla medicina rigenerativa, i cento anni stanno diventando la nuova normalità e i limiti biologici della vita si spostano ogni giorno più in là. Non esiste alcuna legge di natura che imponga di spegnersi — né fisicamente né intellettualmente — a settanta anni.
Eppure, a questa straordinaria evoluzione biologica corrisponde una società che arranca, prigioniera di schemi mentali arcaici e di un ageismo strisciante che continua a considerare improduttivo chiunque varchi la soglia della pensione. Come ricordava Seneca: «La vita non è breve, siamo noi a renderla tale trascurando il presente e temendo il futuro». E noi stiamo accorciando la vita utile della nostra comunità privandoci del nostro “tesoro grigio”.
La sfida del futuro non è solo medica, ma economica e culturale. I Paesi che sanno valorizzare la forza lavoro matura e in salute vantano una tenuta sociale e un PIL superiori. Non si tratta di costringere le persone a lavorare all’infinito, ma di permettere di farlo a chi è sano, motivato e brillante, salvaguardando il welfare attraverso un rinnovato patto intergenerazionale. Un primario come Giampiero Macarri in corsia non toglierebbe spazio ai giovani: sarebbe il faro capace di guidarli, di trasmettere quel sapere clinico “non scritto” che non si impara sui manuali ma solo stando al fianco di chi ha affrontato migliaia di casi.
Nel congedo di Giampiero Macarri c’è poi una lezione morale di cui la sanità odierna ha disperato bisogno. Dire: «Mai un’ora di lavoro da privato» oggi suona quasi rivoluzionario. In un’epoca segnata da fughe verso il privato e crisi delle vocazioni, il dottor Gaimpiero Macarri ha fatto del Murri la sua casa e della sanità pubblica la sua missione esclusiva. Ha curato tutti con la stessa dedizione, incarnando l’articolo 32 della Costituzione nella sua forma più nobile e pura: la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività.
Un Paese che non sa trattenere e valorizzare le proprie eccellenze è un Paese destinato a impoverirsi. Oggi la burocrazia impone una firma su un modulo di congedo, ma la medicina, i colleghi e i pazienti sanno che energie come quelle di Giampiero Macarri non si mandano in pensione con un timbro.
Al “super primario” va il grazie infinito di una comunità intera per ciò che ha donato, per ogni paziente curato e rassicurato. Ma resta una domanda aperta per tutti noi: quando decideremo finalmente di smettere di rottamare il talento e iniziare a investire sul tesoro più prezioso che abbiamo, l’esperienza umana?
Parlo da amico, certo, ma parlo soprattutto con la consapevolezza di chi per sei anni intensi, dal 2015 al 2021, ha guidato la Sanità fermana, da Direttore ho vissuto la complessità della macchina ospedaliera, le difficoltà quotidiane, le sfide organizzative epocali e la straordinaria abnegazione di chi tiene in piedi la nostra sanità pubblica. E posso dirlo senza retorica: avere tra i propri primari una figura come Giampiero Macarri significava avere una certezza granitica.
Buona nuova vita Giampiero, la corsia perde una guida insostituibile, ma il tuo esempio resta stampato per sempre nella storia della nostra sanità».

















