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Crollo delle assunzioni a tempo indeterminato,
il dato peggiore per la provincia di Fermo

CGIL – Presentati ad Ancona i dati sulla situazione occupazionale della regione e sulla raccolta firme per i referendum abrogativi
mercoledì 15 febbraio 2017 - Ore 16:31
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Si è tenuta questa mattina ad Ancona una conferenza stampa della Cgil Marche sull’avvio della campagna referendaria. La segretaria nazionale Tania Scacchetti, quella generale delle Marche Daniela Barbaresi e il segretario regionale Giuseppe Santarelli, hanno presentato alcuni dati sulle firme raccolte e sulla situazione occupazionale.

REFERENDUM

Nelle Marche la Cgil ha raccolto 32.000 firme a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare sulla Carta dei diritti e sui referendum abrogativi. Per raggiungere il quorum, nelle Marche occorre portare al voto 600.000 cittadini.

La Cgil ha proposto due referendum abrogativi: uno per cancellare le norme sui voucher e l’altro per tutelare i lavoratori degli appalti che, nelle Marche, sono stimati intorno ai 42.000 di cui 13.000 nei servizi socio-sanitari e assistenziali, 10.000 nelle pulizie e nelle mense, 7.000 nella logistica e trasporti e 12.000 nell’edilizia.

“E’ una campagna referendaria per restituire dignità e diritti al lavoro – ha spiegato la Stacchetti -, unica condizione utile per la crescita del Paese. Con due sì possiamo davvero cambiare l’Italia e uscire dalle logiche che, in questi anni, hanno visto impoverire il lavoro e le sue tutele, come sola via per la competizione”.

ASSUNZIONI

Nel 2016 diminuiscono in tutta la regione, a partire da Ancona. Il calo è soprattutto per quelle a tempo indeterminato, soprattutto per la provincia di Pesaro e Urbino. Nel dettaglio, nelle Marche, le assunzioni nel 2016, secondo i dati dei centri per l’Impiego ed elaborati dalla Cgil Marche, sono state 142.445 e cioè il 13,4% in meno rispetto al 2015. Il calo più marcato riguarda la provincia di Ancona che ha visto scendere le assunzioni da 50.896 del 2015 a 43.237 del 2016 con un percentuale del 15% in meno. Diminuiscono le assunzioni in ogni tipologia di contratto, ad eccezione del contratto di apprendistato che torna a crescere del 9,6%, passando da 6586 assunzioni a 7218. Crollano i contratti a tempo indeterminato e diminuiscono pesantemente anche quelli a tempo determinato. Per i primi, si determina una diminuzione di oltre 10.000 contratti in un solo anno, da 28.400 del 2015 a 18.000 del 2016. I contratti a termine calano del 5,2% cioè da 102.000 a 94.000. Due terzi dei nuovi assunti è a tempo determinato, la conferma di una precarietà dilagante; solo il 12% è a tempo indeterminato.

“Svanito definitivamente l’effetto del Jobs Act – ha rimarcato Santarelli – ora l’occupazione nelle Marche va drammaticamente in picchiata. Il calo più forte di assunti a tempo indeterminato si registra nella provincia di Pesaro Urbino con un – 40,4%”.

SETTORI

Gli assunti nei settori manifatturieri diminuiscono del 16%, e, nello specifico, quello più marcato è nel settore metalmeccanico (-22,6%). Diminuiscono le assunzioni anche nei servizi, segnando un -14%; nel settore delle costruzioni, il calo è più contenuto ma è comunque alto e si attesta sul – 13,5%. L’unico settore che tiene è quello dell’agricoltura dove vengono assunte come nel 2015 circa 16.000 persone.

CESSAZIONI

Le cessazioni di rapporto di lavoro diminuiscono passando da 192.000 a 174.000 con un diminuzione percentuale del 9,4%. Il saldo tra assunzioni e cessazioni è di -31.667 addetti, -14,4% rispetto all’anno precedente. La provincia dove il saldo negativo tra assunzioni/cessazioni si incrementa di più nel 2016 è quella di Fermo con +77,13%.

LICENZIAMENTI

Nelle Marche, aumentano a dismisura i licenziamenti per giusta causa e giustificato motivo soggettivo e passano rispettivamente da 845 del 2015 a 1426 del 2016 e da 319 del 2015 a 565 del 2016. Complessivamente, nelle due tipologie di licenziamento disciplinare, l’aumento nella regione si attesta al 71%. La provincia dove aumentano di più i licenziamenti disciplinari è quella di Fermo con una percentuale di aumento del 102%. Anche questo è dovuto alla liberalizzazione dei licenziamenti e alla sterilizzazioni dell’art.18 voluta dal Governo con il Jobs Act.


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