
di Andrea Braconi
Un silenzio simile a quello dei principali eventi ospitati in questi ultimi 21 anni dal Teatro dell’Aquila. Una platea con circa 100 soci e simpatizzanti del Fai Delegazione di Fermo incantata dalle parole di Ettore Fedeli, ex sindaco di Fermo, che ha ripercorso in maniera esemplare le vicissitudini che hanno caratterizzato il restauro dello stesso teatro.
“Se ripenso a quell’8 marzo 1997 sono emozionato nel raccontarvi le sofferenze, le angosce che abbiamo dovuto patire per restituire il teatro alla città, dopo una chiusura che si protraeva da 8 anni e che ci faceva temere di perderne definitivamente l’uso”.
Una lunga storia fatta di progetti, di varianti, di burocrazia, di ricerca affannosa di finanziamenti, di intoppi e di vertenze, ha ricordato Fedeli. “Andando a rileggermi la sua storia in questi ultimi giorni, mi sono convinto che i problemi che abbiamo vissuto sono stati presenti in questo teatro fin dalla sua nascita. Quindi, non abbiamo fatto nulla di nuovo ma semplicemente rivissuto quanto già fatto dai nostri predecessori”.
Ma non ci sono soltanto stucchi, cemento o legname. C’è una storia affascinante dietro. “Dal palco si vede il secondo spettacolo, che è il pubblico e che erano le famiglie che da lì si affacciavano. La parte più importante del teatro è proprio la sua piazza interna, in cui si rappresenta la società e dove questa si riunisce per coltivare la propria fermanità, l’essere parte di questa città indipendentemente dal livello del palco da cui si assiste ad uno spettacolo”.
Dal dicembre 1993, quando sul suo tavolo trovò un progetto di grande ambizione, tante cose sono accadute. “L’Amministrazione precedente si era rivolta all’architetto Gae Aulenti per cercare di superare lo stallo verificatosi a partire dal 1984. La stessa Aulenti parte dalla qualità della fiancata per pensare al teatro come occasione di un nuovo rapporto architettonico ed urbanistico, da un lato con la piazza, dall’altro con il territorio circostante: l’esterno diventa l’elemento caratterizzante di questo nuovo progetto, in aggiunta ai problemi interni. E la proposta era fare una facciata che non c’è mai stata, così come un lato sud con diversi e suggestivi particolari. Noi abbiamo fatto una scelta più modesta, perché avevamo 3 miliardi di finanziamento regionale per affrontare tutto il problema, insufficienti per realizzare anche quello che non si vede e che fa sì che il teatro si regga in piedi e funzioni pienamente. Ricordo che per questo motivo andai a Milano dalla Aulenti con il cappello in mano per capire cosa realmente potessimo fare con quelle risorse. Sì, ci siamo accontentati di sperare di essere ricordati come quelli che il teatro lo hanno restituito alla sua funzione primaria. La Aulenti fu molto signorile e mi disse: ‘Se si tratta del restauro e della messa a norma avete dei validissimi progettisti locali’, riferendosi a persone come Manuela Vitali e in particolare a Piero Moriconi, ingegnere capo del Comune che io rinchiusi qui dentro con il preciso compito di controllare ogni giorno passo passo quello che accadeva. Così, con questa scelta e anche cercando altri soldi che mancavano siamo riusciti a riaprire il teatro. E vi assicuro che quell’8 marzo 1997 l’emozione che sentivamo qui dentro era enorme”.
Nel tempo Fedeli si è domandato se quella della sua Amministrazione fosse stata una scelta riduttiva. “Ma continuo a pensare di no. È stata una scelta rispettosa e tutti gli investimenti sono stati fatti per garantire la sicurezza e la fruibilità. Faccio l’esempio dell’incendio del gennaio 1774 che colpì il vecchio teatro, situato a Palazzo dei Priori: era andato a fuoco e le fiamme minacciavo di danneggiare la biblioteca e gli archivi comunali. Così si decise di farne uno nuovo da un’altra parte, in un periodo in cui nelle Marche era accaduto che l’assetto mezzadrile era cambiato e si stava stabilizzando quel sistema che vedeva la crescita di nuclei urbani dove risiedevano proprietari terrieri e funzionari. Quindi il centro cittadino era anche il centro dell’identità territoriale. Le rendite provenienti dai terreni venivano investite in opere pubbliche, che creavano un indotto e lavoro per tutti. Così la costruzione di un teatro significava mettere in moto una miriade di professionalità che poi godevano dei benefici di questo nuovo benessere. All’epoca c’era quindi l’ambizione e anche la capacità di sostenerla”.
Dai lavori partiti nel 1780, raccontati con maestria dall’ex sindaco, ai nostri giorni il teatro è sì cambiato (“Anche grazie a ditte come la Alessandrini Nello di Montefortino”) ma che, ha rimarcato Fedeli, “se avessimo la pazienza di scorrere l’elenco dei lavori fatti con i prezzi vicino lo vedremmo in maniera diversa, che non è detto sia meno interessante del suo aspetto estetico”.














