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Con Rinnovarte torna a splendere
la statua di San Giovanni Battista

FERMO - Fu realizzata da Gino Del Zozzo e posizionata nel 1955 nella sua posizione attuale, la facciata dell’Oratorio dei Cavalieri, in Corso Cefalonia
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Sono stati presentati sabato pomeriggio i lavori di restauro realizzati da Rinnovarte che hanno permesso di riportare alla originale bellezza la statua raffigurante San Giovanni Battista dell’autore fermano Gino Del Zozzo e posizionata nel 1955 nella sua posizione attuale (la facciata dell’Oratorio dei Cavalieri, in Corso Cefalonia a Fermo).

Il pomeriggio ha visto la proiezione di un breve video sul lavoro di restauro, argomento poi approfondito dalla restauratrice Maria Letizia Vallesi.

“Un ringraziamento va al Comune di Fermo, rappresentato da Stefano Paci, presidente della Commissione Cultura – commentano da Rinnovarte – e alla famiglia dell’autore cha abbiamo avuto il piacere di conoscere: Paola Francia e la mamma Maria Giuditta, oltre al nipote Andrea Del Zozzo”.

Allo sponsor è stata consegnata una “shopping Bag” realizzata recuperando (in un’ottica del tutto “green”) il telo microforato utilizzato per coprire l’impalcatura durante i lavori e che rappresentava l’immagine della statua e il logo del mecenate. Allo sponsor e alla famiglia un dvd con un breve video dei lavori di restauro.

CENNI STORICI

Nato da famiglia contadina nelle campagne di Fermo, Del Zozzo si trasferisce a Forlì nell’ottobre del 1952, in seguito alla nomina per la cattedra di Disegno presso la Scuola Media Giovanni Pascoli.

La sua formazione artistica nelle Marche, inizialmente, va di pari passo con il lavoro nei campi insieme al padre: a bottega da falegnami, scuole serali d’arte di paese, poi, grazie all’interessamento di Monsignor Cicconi, canonico del Duomo di Fermo, viene ammesso nel 1926 alla Scuola d’Arte e Mestieri “Istituto Sisto V” di Montalto Marche, dove apprende i primi elementi della scultura in legno. Il legame col mondo contadino e lo stretto contatto con la natura sono alla base della sua poetica.

Il legno è infatti il primo materiale su cui il giovanissimo Del Zozzo manifesta la sua vocazione artistica. E proprio durante l’ora meridiana di riposo dalle estive fatiche dei campi, “all’ombra dei pagliai e degli alberi” – come lui stesso racconterà – nascono i suoi primi lavori d’intaglio su legno. D’inverno, proseguendo in un angolo della stalla, Gino esegue, da una cartolina liberty, un portavasi “tra il gotico e il floreale” che, esposto dapprima “nella prima vetrina della piazza di Fermo con tanto di nome dell’autore”, con grande meraviglia dei compaesani, verrà poi inviato nel 1926 all’Esposizione Campionaria di Roma, ove otterrà la medaglia d’oro e il diploma d’onore.

La chiamata alle armi del 1928 lo porta a Bologna, dove il giovane Del Zozzo riesce a frequentare comunque i corsi serali della Regia Scuola per le Industrie Artistiche (1929) e, dopo qualche anno di interruzione, consegue il diploma (1934), cui fa seguito quello del Corso Superiore di Scultura del Regio Istituto d’Arte “A. Venturi” di Modena (1936). Da questo momento in poi, finalmente, egli avrà tutte le carte in regola per insegnare.

Dopo varie esperienze artistiche e di insegnamento, nel Dopoguerra Del Zozzo è protagonista del risveglio culturale in particolare della sua regione. Conosce Dania e altri giovani artisti d’avanguardia, diventa amico di Cantatore, Licini e Ciangottini. Partecipa a numerose rassegne nazionali di arte contemporanea. Alla “Mostra d’Arte Marchigiana” di Ascoli (1949) presenta la prima opera in sasso, “Attesa”, che Alvaro Valentini chiamerà “la pietra di fiume”.

Le pietre di fiume, che Del Zozzo amava raccogliere nei letti dei corsi d’acqua marchigiani, diventeranno d’ora in poi il suo materiale d’elezione. E sono proprio le pietre di fiume, raccolte e lavorate dall’artista, le protagoniste della mostra che la Fondazione ha voluto dedicargli. “Quando il sasso scelto per la emozione entra a far parte della mia anima, l’opera d’arte procede così facilmente come sbrecciare una noce”, scrive Del Zozzo nel ’55 a proposito della sua “arte nuova”, ricordando il “tutto è nel masso” di michelangiolesca memoria.

“Nella ricerca sul letto del fiume ogni pietra aveva un linguaggio; si trattava solo di saperlo interpretare” e poi “le opere che hanno concluso le tappe della ricerca resistono nel mio dentro in conflitto con quelle non nate rimaste sul greto del fiume”. Queste creature che i corsi d’acqua gli hanno consegnato sono magiche, perché portatrici di un intimo significato che l’artista ha in ognuna intercettato, intuito, interpretato e, levigandole, liberato. Ecco perché è riduttivo definirle “sculture” e definire Gino Del Zozzo “scultore”. Queste “pietre” sono un qualcosa di diverso e di oltre la scultura, sono opere della natura, che la natura ha consegnato all’artista, e che l’artista – homo faber – trasforma senza superbia o preconcetto, ma in empatia con la natura stessa e in rispettoso ascolto dei suoi più reconditi misteri – di pascoliana memoria – consegnandoli alla dimensione meta-naturale propria dell’arte. Le sue pietre diventano così forma dell’invisibile, solide nuvole, serene essenze formali e musicali, scevre da qualunque intento realista. Questo lo spirito dell’artista e questo il senso della mostra, che si evince dal titolo evocativo “La scultura dell’invisibile”, come ben ha spiegato il curatore Orlando Piraccini, critico d’arte.

Una modernità a tutto tondo, un artista che prescinde da qualunque tentativo di categorizzazione stilistica, al di là delle mode del momento. Ecco perché la critica degli Anni ’50, ideologizzata e militante, da lui definita “parolaia”, non l’ha mai capito e a questa Del Zozzo rispondeva che “l’opera d’arte racchiude il discorso più completo e inesauribile che vi si possa fare. Le parole facilitano la lettura fino a un certo limite, oltre quello restano semplici parole”. Preso dalla sua arte, estraneo a qualunque ideologia, egli preferiva starsene in disparte, chiuso nel suo studio, a dialogare con le sue opere, senza curarsi dello scorrere del tempo.

Il 1955 è l’anno in cui un’opera di Del Zozzo torna a ornare un luogo pubblico a Fermo. Si tratta della statua in pietra alberese di San Giovanni Battista, destinata alla facciata dell’oratorio dei Cavalieri.

Lavoro accolto con qualche critica, il San Giovanni emerge con la rude semplicità dell’ascetismo che il racconto evangelico assegna al precursore di Cristo. L’opera di Del Zozzo mostra un arcaismo che connette la ieratica figura del Battista con le sculture romaniche delle cattedrali, ove le pagine di pietra ammaestravano il popolo, formando un’autentica Bibbia dei poveri. Annoterà lo scultore:

“Lo studio delle vetrate delle cattedrali mi portava verso la linea continua e grossa dopo lo studio dei viticci romanici”. La sintesi di queste esperienze appare nel San Giovanni Battista fermano: una sorta di firma culturale ed estetica che Del Zozzo pone sulle espressioni d’arte consegnate alla città natale. (tratto da “Vergine Roccia” di Pierluigi Moressa)


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