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Pd Marche, un commissario non basta. I tweet di Ricci che sponsorizzano Curti riaccendono la miccia: «Incommentabili»

VOLANO gli stracci in casa dem, dopo le parole del sindaco di Pesaro conseguenti alla nomina di Losacco. Dure le prese di posizione di Romano Carancini, Antonio Mastrovincenzo, Mario Morgoni e Alessia Morani
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I tweet di Ricci che hanno scatenato il vespaglio

di Giovanni De Franceschi

Se la nomina del commissario Losacco a capo del Pd Marche è nata con l’intenzione di sedare le agitate anime del partito ed evitare l’ennesimo scontro fratricida, allora la strada da percorrere è tutta in salita e la partenza non sembra neanche delle migliori. All’indomani della decisione di Letta, che di fatto ha tolto fino a data da destinarsi (probabilmente dopo le Politiche del 2023) ogni possibilità di scelta sul prossimo segretario regionale e sugli organismi interni alla dirigenza locale, le scintille iniziano a riemergere da sotto le ceneri di un partito fermo ancora alla batosta elettorale del 2020. 

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Matteo Ricci

A far discutere, e parecchio, due tweet di Matteo Ricci. Il sindaco di Pesaro, ieri sera, subito dopo l’ufficialità della nomina ha scritto: «Bene Alberto Losacco commissario del Pd Marche. I personalismi e le divisioni post sconfitta avevano creato uno stallo inaccettabile». E pochi minuti dopo: «Mi dispiace per il Pd del Piceno, partito serio e unitario, che meritava la possibilità di guidare. Sicuramente saremo in grado di valorizzare comunque la competenza di Curti». Parole che lasciano intendere come le Federazioni di Ascoli e Fermo e lo stesso Augusto Curti nel riproporsi alla guida del partito dopo il passo indietro in favore di Irene Manzi, avessero ancora appoggi “pesanti” anche dal Nord delle Marche. E come l’idea di una candidatura unitaria e l’accordo trovato tra le due principali correnti fosse in realtà una foglia di fico, pronta a volar via alla prima folata di vento. Perché è evidente che non può bastare la candidatura di Manuela Bora, peraltro annunciata subito già nel famoso summit alla Palombella di Ancona in cui è stato dato il via libera alla candidatura unitaria, a giustificare il cambio di strategia di uno dei due principali competitor e di tutto il suo gruppo. Non a caso Irene Manzi non ha fatto un passo indietro dopo l’annuncio della consigliera regionale, ma dopo che si è mosso l’intero blocco che tirava la volata a Curti.

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Romano Carancini

E in questo scenario le parole di Ricci hanno avuto il classico effetto della benzina sul fuoco.  Il primo a scagliarsi contro il sindaco di Pesaro, è stato il consigliere regionale Romano Carancini, sostenitore prima di Antonio Mastrovincenzo, quindi nella corrente opposta a quella di Ricci, e poi della candidatura unitaria di Manzi. «Non nascondo la sorpresa per i giudizi sui personalismi e le divisioni che avrebbe creato lo stallo del partito dopo la sconfitta del 2020 – ha scritto Carancini ripostando i tweet di Ricci – Nelle Marche si sarebbe dovuto celebrare un congresso. I nostri iscritti e simpatizzanti, la comunità marchigiana tutta, dopo una grave sconfitta, avrebbe voluto misurarci per credere ancora in noi, nella capacità di rialzarci. Giovanni Gostoli e la maggioranza del partito, di cui Matteo era ed è di sicuro il più autorevole esponente, hanno impedito formalmente di celebrare un sacrosanto congresso. Ciò con diverse votazioni in assemblea, fine 2020 e primavera 2021, che hanno marcato una netta e scientifica volontà anti-congresso. Il Pd Nazionale, dopo i passi indietro di Mastrovincenzo e Curti, raccoglie le loro disponibilità su Irene Manzi quale possibile guida del partito regionale. Con la “benedizione” dell’autorevolezza dei nostri sindaci importanti. E poi la “parola venuta meno” di quella parte del partito – che Matteo stesso oggi elogia – che dimostra il lungo cammino ancora da fare. Di lotta e di governo. Vincitori, vinti e smemorati».

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Antonio Mastrovincenzo

Le ritiene addirittura incommentabili Mastrovincenzo, che rompe il silenzio sullo stallo del partito e si toglie qualche sassolino dalla scarpa. «Negli ultimi mesi non sono mai intervenuto, e così coloro che mi hanno sostenuto, proprio per lasciare il dibattito in un clima tranquillo, sereno e di confronto. Però – dice – credo che alcune riflessioni ora vadano fatte e non entro nel merito del commissariamento ma di quello che il partito ha vissuto nell’ultimo anno e mezzo. C’è stata una prima fase molto lunga, in cui buona parte della ex maggioranza ha tenuto in ostaggio l’intero partito impedendo, al netto dell’emergenza Covid, che si svolgesse il congresso. Poi avviate le fasi congressuali, la parte che sosteneva Curti ha iniziato incredibilmente e scorrettamente a scagliarsi contro la mia possibile candidatura, sostenuta, è bene ricordarlo, da 107 firme. Da lì si è entrati nella terza fase,  con la segreteria nazionale che ha deciso di intervenire proprio a seguito di questi attacchi sconsiderati e della tensione che si era creata. Terza fase che è culminata con la candidatura apparentemente unitaria di Irene Manzi. E qui arriviamo al dunque, all’incontro del 5 marzo: mentre Manuela Bora annuncia la volontà di candidarsi comunque, tutti gli altri decidono di appoggiare Manzi. Ma pochi giorni dopo una parte si stacca e Curti torna ad annunciare la sua candidatura». Fatta la ricostruzione sugli ultimi mesi travagliati del partito, Mastrovincenzo  passa alle parole di Ricci. «Quei tweet sono incommentabili – aggiunge – lui era tra quelli che hanno impedito il congresso, poi ha dato il via libera alla candidatura di Manzi e ieri ha speso parole di sostegno a Curti. Credo ci voglia serietà e correttezza. Detto questo, desso affrontiamo questa realtà, andiamo avanti sperando che il commissariamento non sia troppo lungo, con un’opposizione seria e responsabile alla giunta di destra. Gli avversarsi politici devono essere fuori dal nostro partito e non dentro».

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Mario Morgoni

Critiche anche dal deputato Mario Morgoni, area Base riformista che ha sostenuto prima Mastrovincenzo e poi ha tenuto fede all’accordo sulla candidatura unitaria. «Le frasi di Ricci – dice – mi sembrano fuori tema e fuori dal tempo, siamo ancora lontani dalla realtà. Non sono un buon punto di partenza per un nuovo Pd Marche. Dobbiamo riuscire a costruire un partito che abbia una sua soggettività, una sua iniziativa politica e che in questo anno di commissariamento non produca solo tatticismi interni, ma sia in grado di rivolgersi all’esterno. Non si può correre il rischio che il periodo di commissariamento serva unicamente a ristabilire equilibri interni, perché il vero equilibrio lo dobbiamo ricostruire con gli elettori. Quindi tutti dobbiamo fare un passo in avanti con lungimiranza e senso di responsabilità, uscendo da certi schematismi e da ipoteche, rappresentate da alcuni personaggi, che ancora gravano sul partito».

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Alessia Morani

E per concludere, rimanendo sempre in area Base riformista, anche il duro post della deputata Alessia Morani. La parlamentare dem ricostruisce tutto il percorso che ha portato alla situazione attuale. E come Mastrovincenzo e Carancini, parte dalla prima fase, dal silenzio dopo la sconfitta elettorale, accusando la vecchia maggioranza e l’allora segretario Gostoli prima della batosta alle urne e poi dell’aver negato il congresso per mesi. Per arrivare al famoso summit del 5 marzo.  «La prima ad intervenire alla riunione è stata Manuela Bora – spiega – che ha annunciato la sua candidatura al congresso poiché non era d’accordo su Irene Manzi. Quindi, era chiaro fin da subito che il congresso sarebbe stato tra Manzi e Bora. Dopo l’intervento della Bora si sono susseguiti molti interventi e tutti (ad eccezione del segretario della federazione di Ancona) hanno convintamente sostenuto la candidatura di Irene Manzi. Nei giorni successivi alla riunione abbiamo appreso che Augusto Curti si sarebbe presentato come candidato al congresso regionale (giova ricordare che Curti era intervenuto a favore della candidatura di Irene Manzi insieme ad autorevoli rappresentanti del Pd del Piceno che qualcuno – il riferimento polemico è al tweet di Ricci, ndr – ha definito “serio e unitario” in quel “famoso” 5 marzo). Ieri la segreteria nazionale ha commissariato il Pd delle Marche. Ne prendo atto, senza commentare. È utile, però, che si sappia come siamo arrivati qui perché sono stanca di sentire che siamo tutti “colpevoli” allo stesso modo – conclude la parlamentare – I fatti sono questi e potete giudicare in autonomia come siamo finiti così a marzo del 2022. Da settembre 2020 a marzo 2022. Non ho altro da aggiungere».

 

 


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