di Giuseppe Fedeli *
«Si può essere prodi condottieri, organizzare happening in ghingheri, radunare una marea di gente; far divertire e divertirsi, si può chiamare “il” Jovanotti per il#jovabeachparty, e giù fiumane di persone ad osannare la superstar; e si possono aprire osterie in piazza per i tornei cavallereschi, e mangiare e ridere e aprirsi alla vita, dopo tanto tempo di clausura: ci sta. Ma, mi domando: c’è nessuno che, una volta almeno, si interroghi sulla condizione in cui i genitori (o chi per loro, sempre della cerchia familiare) di soggetti fragili vengono lasciati – se si eccettua qualche “tenda” benedetta, come il centro S. Elisabetta che frequenta mio figlio – durante il periodo ferragostano? (In certi casi trattasi di latitanza di tre settimane!)».
«Ora, si fa un gran parlare del volontariato, di come si sono svolte ordinatamente le cose al #jovabeachparty o al concerto di Blanco: tutto grazie alla solerzia di questi generosi eroi, che si spendono “anema e còre”. Ma dall’altra parte (della barricata) – scrive Giuseppe Fedeli nella sua lettera aperta – sono anni che il sottoscritto, insieme a un esercito silenzioso di tanti “pari”, tribola a cercare un aiuto nella gestione di una situazione molto complicata (mio figlio è autistico, o comunque così è definito dai soloni del cervello) e nessuno che si sia mai fatto avanti. In verità, c’è chi ci ha provato, ma è subito “scappato”, ipnotizzato -vien fatto di pensare- dal volto della Gorgone. Non aggiungo altro: pur nel quasi completo disincanto, invito solo le sedicenti anime belle ad accorgersi di queste realtà on the border. Non lasciamo morire il vecchietto o il “figlio del dio minore”, da tutti ripudiato perché “difficile”: ché se muore poi gridiamo, buoni e cattivi, allo scandalo, stigmatizzando il vuoto a perdere che ci ingabbia come in una bolla gigantesca. Quando la pietra dello scandalo l’ha gettata chi si gira dall’altra parte».
* giudice di pace















