«Nelle proprie “Osservazioni” al preavviso di rigetto della propria istanza di demolizione della Cattedrale, la proprietà risponde al Segretariato sui test analitici effettuati nel 2006, rivendicandone la correttezza ed enfatizzando il fatto che essi sono stati effettuati in contraddittorio con l’ARPAM (come previsto dalla legge)». Inizia così l’intervento delle Associazioni per l’ex FIM di Porto Sant’Elpidio. E continua:

«Noi abbiamo studiato con attenzione i documenti ufficiali di quegli anni, le tabelle dei dati fornite in sede progettuale: abbiamo rilevato enormi contraddizioni, che gli Enti tecnici preposti avrebbero dovuto notare fin da allora.

Nel 2006 la proprietà effettuò 25 prelievi tramite carotaggio nel perimetro murario della Cattedrale, a pochi decimetri dal piano calpestabile; l’ARPAM soltanto in 5.

Non solo, secondo la normativa di riferimento (D.Lgs. 152/2006) la stessa modalità di raccolta dati di allora potrebbe essere contestata:

1) i prelievi furono effettuati tramite carotaggio, quando la legge di dice esplicitamente che devono essere evitati «fenomeni di surriscaldamento»;

2) i prelievi furono fatti in tempi diversi, quindi i campioni analizzati dai due laboratori (privato e pubblico) non erano gli stessi, quando invece la normativa stabilisce che «Ogni campione è suddiviso in due aliquote, una per l’analisi da condurre ad opera dei soggetti privati, una per archivio a disposizione dell’ente di controllo».

Non solo – prosegue – ma addirittura i risultati forniti nelle tabelle ufficiali, riportano dati completamente differenti: per la proprietà si trattava di livelli di inquinamento elevatissimi, per l’ARPAM i risultati erano, tutti tranne uno, nella norma di legge o quasi! Una bella differenza!

Stante tutto ciò, come si fa a dire che «i risultati sono stati validati dall’ARPAM»?

Come è stato possibile che nessun Ente, tecnico e politico, abbia rilevato tali enormi differenze in sede di approvazione del progetto di recupero approvato nel 2007?

Il tanto sbandierato “contraddittorio con ARPAM” fallisce miseramente quando si confrontano le tabelle dei risultati della proprietà e quelli dell’ARPAM, di cui riportiamo di seguito alcuni stralci, per i punti di campionamento con la stessa numerazione. Le immagini sono riprese dal documento denominato “All.1_Elaborato 5 Bis carotaggi. Progetto di bonifica 2007”.

Nello stralcio che proponiamo abbiamo inserito degli asterischi per i punti di prelievo che superano i livelli di contaminazione residua accettabile per zone residenziali, secondo le tabelle di legge.

Solo per parlare dei dati più eclatanti, basta confrontare i risultati per l’Arsenico (enormemente superiori per il laboratorio privato, e solo in un caso molto superiore per l’ARPAM) e per il Piombo (anche questi molto elevati per i privati e appena superiori in soli due casi per l’ARPAM).

 

LE TABELLE

 

«A detta della proprietà, altri prelievi sulla muratura ed altri test pare siano stati effettuati anche nel 2022, proprio in preparazione della nuova istanza di demolizione del luglio 2022 (una prima istanza era stata presentata nel 2018, ma poi c’era stata la rinuncia nel maggio 2021). I nuovi risultati non ci sono stati forniti, sebbene, facendo riferimento al diritto di accesso agli atti e di accesso civico, li abbiamo richiesti da diversi mesi.

Su questi, la proprietà afferma che essi sono stati «svolti con la sola finalità di verificare e confermare gli stessi livelli di contaminazione rilevati nelle indagini pregresse».

Questa affermazione è di una gravità raccapricciante! Essa denota sicurezza, se non addirittura sicumera sul fatto che, a priori, si dava per scontato l’esito di analisi ancora da svolgere. Poi si dice che i dati del 2022 sono «paragonabili» a quelli di 16 anni prima, come se il tempo non fosse trascorso.

La logica insegna che nulla rimane immutato nel tempo. Non solo, anche la legge supporta la logica quando scrive, nero su bianco, che devono essere effettuate «indagini integrative» […] come «prove e test in sito per verificare la naturale attenuazione dei contaminanti».

 

Infine, se davvero tutto risulta così gravemente inquinato da nuocere alla salute pubblica, allora va denunciato che gli Enti preposti appaiono inadempienti nell’obbligare la proprietà ad intervenire tempestivamente, e magari anche d’urgenza; invece, dal 2006 ad oggi non hanno fatto niente e sono rimasti proni all’immobilismo imposto di fatto dalla proprietà, che fermò i lavori nell’estate 2011.

E adesso – si conclude – vorrebbero scaricare la colpa dei ritardi e dei rischi ambientali sul Ministero della Cultura? Questa strategia è da respingere in quanto appare fondata su presupposti e dati di fatto non corretti».

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