di Giuseppe Fedeli *
«…il mondo si divide in potenti che sono i politici, sono i grandi banchieri …e i normali. I normali assistono allo svolgimento della vita con stupore, che vuol dire distacco. Perché non lo capiscono, perché in realtà non ne sono protagonisti. (…) la nostra struttura democratica…in qualche maniera esprime in teoria la volontà del popolo, è una gigantesca illusione».
Troppo grande e scosceso il divario tra i ricchi e potenti da una parte, e il resto del mondo dall’altra. Cause strutturali dovute a politiche egemoniche e agli interessi delle grandi nazioni e delle lobby aumentano sempre più il delta tra i due “status”. Fra i “patrizi” e i “plebei” si situa il ceto medio, la cosiddetta middle class, che, negli ultimi decenni, a causa degli effetti del globalismo economico-finanziario, figlio del liberalismo off limits, sta subendo il contraccolpo di una recessione di dimensioni tali da averlo relegato alle “periferie” della società. Le cause di questa profonda spaccatura affondano le radici in tempi lontani (a partire dal colonialismo, via via retrocedendo), ma quel che balza agli occhi, e la rende imperdonabile, è la vergogna che suscita l’abissale differenza di condizioni: come evidenziato dal World Inequality Report 2022, il 10% di popolazione più ricca del pianeta possiede il 76% della ricchezza e il 52% del reddito, mentre il 50% più povero possiede il 2% della ricchezza e l’8% del reddito. Questo divario, in parte, dovrebbe essere colmato con l’aiuto delle varie organizzazioni governative. Ma, sopra ogni altra cosa, rilanciando un modello che non sia calibrato esclusivamente sull’interesse egoistico delle grandi multinazionali che fanno degli affari la loro unica ragione.
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