di Andrea Braconi

In assenza (ancora) di una targa, a ricordare Emmanuel Chidi Namdi, il 36enne nigeriano richiedente asilo ucciso a Fermo nell’estate di 7 anni fa, c’è un mazzo di fiori adagiato sul Belvedere a pochi metri dal cuore del capoluogo di provincia.

“Sette anni fa – ribadisce il Comitato 5 Luglio – successe una cosa grave, in questa città, che non vogliamo né possiamo dimenticare: un omicidio razzista, verso un uomo che aveva attraversato, con la sua compagna, l’inferno della Libia e poi del Mediterraneo; che fuggiva dall’intolleranza religiosa in Nigeria, che stava ricostruendo qui la sua vita ed è stato ammazzato dalla stupida intolleranza razziale, a Fermo”.

Ma non meno grave fu, e continua ad essere, la rimozione, la minimizzazione di parte consistente della stessa città, sottolineano i membri del Comitato. “Un far finta di niente, un voltarsi dall’altra parte. Fu come tradire una seconda volta le speranze di Emmanuel. Ma fu, soprattutto, l’inizio (o uno degli inizi) di una china brutta e pericolosa, in tutta Italia e in Europa. Solo un anno prima che Traini, a Macerata (ancora nelle tranquille e civili Marche) sparasse contro ogni nero che incontrava. Sette anni dopo, si continua a morire nel Mediterraneo e sulle frontiere del cinismo europeo, come di quello del Governo italiano, che continua con la guerra a chi salva le vite, e fa, invece, accordi coi trafficanti di esseri umani, in Libia, in Tunisia, in Turchia”.

Sono tanti gli Emmanuel della terra e per questo motivo “la Fermo che non dimentica” è ancora lì, non solo per ricordare quel ragazzo carico di sogni e neanche “per la mancanza di coscienza di un’Amministrazione che non vuole ricordare quell’evento tragico, nemmeno con una targa”. “Siamo qui perché serve continuare la battaglia – culturale, politica, civile – contro il razzismo, contro la discriminazione dei più deboli; di tutte e tutti i deboli, in Italia, in Europa, in tutto il mondo. E siamo qui per protestare contro le guerre – contro tutte le guerre – e contro le devastazioni ambientali, che provocano sofferenze, morte, migrazioni forzate. E per ribadire, invece, la libertà di migrare, per cercare una vita più degna; per cercare – ieri era, ovviamente, il 4 luglio, la festa dell’indipendenza statunitense, da cui nacque il bellissimo testo che rivendicava, appunto, il diritto alla ricerca della felicità. È proprio in nome di questo diritto e dell’articolo 10 della nostra Costituzione, che consideriamo inaccettabili le politiche dei governi europei (e degli ultimi governi italiani) sulle migrazioni”.

L’impegno è quello di continuare a battersi, a produrre cultura, forme d’incontro, iniziative “perché è giusto, perché è necessario”. “Continuiamo a dire No ai decreti Minniti e Salvini, no all’orribile decreto Cutro, no ai respingimenti e alla guerra contro le Ong e chi salva esseri umani in mare – ha concluso Peppino Buondonno -. È un atto profondamente culturale, di rivolta, contro una degenerazione che va contrastata, giorno per giorno, e che il Comitato 5 Luglio prova costantemente a fare. Ci diamo appuntamento al prossimo anno, con un evento ancora più importante”.

 

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