La via è balzata tristemente alla ribalta delle cronache per i fatti di sangue del 29 luglio scorso. Ma via Properzi non è quello che si è visto e vissuto quella notte. E’ altro, è qualcosa che porta a stretto contatto quei cinque giovani titolari del progetto di accoglienza con i vicini di casa sangiorgesi. E infatti, alla base dell’aperitivo in strada organizzato ieri pomeriggio, c’è proprio la volontà di stare insieme e di rafforzare i rapporti di vicinato ma, prima ancora di umanità e condivisione che portano da anni a stretto contatto ragazzi rifugiati o richiedenti asilo con giovani e meno giovani che da sempre abitano lungo la via. E proprio questi ultimi ieri pomeriggio hanno avuto l’occasione di gustare leccornie e piatti preparati dagli ospiti di via Properzi 19 (due pakistani, un nigeriano, un afghano e un somalo) che si sono cimentati ai fornelli cucinando piatti tipici dei loro paesi di provenienza. Il progetto Sai-Human Rights è gestito dalla cooperativa Nuova Ricerca Agenzia Res. E ieri alla conviviale hanno preso parte anche il sindaco Valerio Vesprini e l’assessore Carlotta Lanciotti.
«L’amministrazione è stata da subito attenta a questo progetto, coinvolta nelle varie attività. E anche la loro presenza per noi è stata importante. Spesso, infatti, quando si lavora in simili contesti ci si può sentire soli, abbandonati. Invece avere il supporto del vicinato, di tanti amici volontari che vivono la nostra quotidianità e delle istituzioni è fondamentale. Abbiamo organizzato quest’iniziativa per valorizzare e riconoscere il sostegno forte che il vicinato, a partire dalla signora Maria, la signora Luigina e il signor Davide, da sempre ci ha manifestato con gesti concreti, per noi elemento fondamentale. Altro motivo risiede nel fatto che simili occasioni ci aiutano a rafforzare il tessuto sociale, umano, della via, e anche questo è essenziale. Da ultimo, ma certo non per importanza, c’è il fatto che diventa fondamentale che tutti si rendano conto che i ragazzi che beneficiano del progetto sono portatori di grandi valori umani e di competenze. Hanno preparato dei piatti buonissimi ma sono esempi anche e soprattutto di valori alti, di rapporti umani e interpersonali, dall’amicizia allo stare insieme. E per loro, che gli altri si accorgano di questo, è vitale» spiegano Marco e Federica, della Res.
Il Progetto Sai (Sistema Accoglienza Integrazione) Human Rights è gestito, si diceva, dalla cooperativa Nuova Ricerca Agenzia Res, ed è in via Properzi 19 dal 2011. Si tratta di un progetto riservato a richiedenti asilo e rifugiati, e in questo momento ne usufruiscono cinque persone. I progetti Sai sono del Ministero dell’Interno ma la titolarità è dei Comuni, in questo caso ovviamente quello di Porto San Giorgio. Un progetto, che a onor del vero nasce in città nel 2006 quando il Comune ha aderito a questa rete di accoglienza dando in gestione, attraverso delle gare, i progetti alle Cooperative. Simili progetti, si diceva, sono rivolti a rifugiati, richiedenti asilo o titolari di una qualsiasi forma di protezione internazionale, e accolgono soggetti seguiti in percorsi di inserimento e inclusione sociale attraverso diverse attività, corsi di formazione professionale, inserimenti lavorativi con tirocini di formazione.
«Noi operatori, in via Properzi, abbiamo il nostro ufficio direttamente nella casa che accoglie i ragazzi. I nostri vicini ci sono stati, scusate il gioco di parole, sempre molto vicini. Con noi hanno vissuto tutte le fasi del progetto, sia quelle belle che quelle più difficoltose.
Il progetto, per ogni individuo, dura dai 6 ai 10 mesi a seconda delle difficoltà e peculiarità degli ospiti. In questo lasso di tempo gli ospiti vivono nell’appartamento ma provvedono autonomamente al vitto, agli acquisti di beni personali, all’acquisto di vestiti. «Il nostro supporto – aggiungono gli operatori Res – è finalizzato principalmente all’inserimento lavorativo con specifiche attività. A loro vengono dati 6 euro al giorno per il vitto e 3 euro al giorno per le spese personali, questi sono gli importi elargiti dal Ministero. Non è difficile intuire come con queste cifre sia piuttosto complicato vivere la quotidianità. Questi ragazzi affrontano anche qui in Italia una situazione piuttosto difficile. Non dimentichiamoci che la maggior parte di loro proviene da percorsi migratori molto difficili, dolorosi. In tanti sono transitati dalla Libia, sono stati imprigionati ed hanno anche la “certificazione” delle torture subite. Quelli che arrivano dall’area asiatica, come dall’Afghanistan o dal Pakistan, invece, affrontano il viaggio attraverso lunghissimi percorsi a piedi, fino ai Balcani e quindi l’ingresso attraverso la rotta balcanica». Sono seguiti da una equipe multidisciplinare composta da un referente coordinatore, da un educatore professionale, da un’antropologa e da un mediatore linguistico-culturale, con anche il supporto di una psicologa.























