di Giuseppe Fedeli *
Tenendo bene a mente il concetto di tripartizione dei poteri su cui si regge lo Stato sovrano teorizzato dal Montesquieu, a regolamentare la Magistratura nei compiti e nelle prerogative che le sono riconosciuti e attribuiti dalla Costituzione, è necessario ripensare e, soprattutto, dare attuazione a quelli che sono i limiti imposti dalla Carta fondamentale, a che non vengano a crearsi contrasti principalmente fra potere giurisdizionale (ivi compresa la funzione dei pubblici ministeri) e politica. Mi riferisco in specie, ai rapporti tra la gestione giudiziaria dei diritti fondamentali e le prerogative della rappresentanza politica su temi di stretta attualità, quali l’immigrazione, le intercettazioni, ma anche ad altre questioni presenti nell’agenda politica come, ad esempio, l’abuso di ufficio e la separazione delle carriere. Sul punto è intervenuto il vicepresidente del Consiglio superiore della Magistratura Fabio Pinelli, che ripropone il tema della interferenza dei magistrati nell’attività del Parlamento, rimarcando:
- la magistratura, pur non essendovi “chiamata”, si è fatta carico della soluzione di molti conflitti interni alla società, che ha perso i luoghi di mediazione come partiti e sindacati;
- è necessario il reciproco riconoscimento delle prerogative da parte di tutti i poteri dello Stato (legislativo, esecutivo, giurisdizionale: a non parlare del “quarto potere”, cioè quello dei media, che è un po’ il tessuto connettivo dei poteri che costituiscono l’ossatura di un ordinamento democratico) quale unica strada per evitare il conflitto -in particolare- fra politica e magistratura: conflitto che, viceversa, è destinato ad acuirsi se, da un lato, si interviene indebitamente su scelte che spettano a chi rappresenta la volontà dei cittadini e, dall’altro, non si rispettano l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati.
Ora, se ottenere dall’oggi al domani un risultato è utopico, nondimeno occorre che nelle sedi competenti si prenda coscienza della improrogabilità di un intervento in tale direzione, per ripristinare un giusto equilibrio tra i poteri, a che ne giovi non soltanto il rapporto fra i cittadini, ma specialmente la qualità della vita, intesa – anche e soprattutto- come ricomposizione del tessuto sociale in tutte le sue articolazioni economiche, socio-politiche ed etiche.
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