La dirigente Simona Flammini

Riceviamo da Simona Flammini, dirigente scolastica dell’istituto comprensivo “Fracassetti-Capodarco”, e pubblichiamo:

Oggi, 31 agosto 2026, si conclude il mandato triennale della Dirigente scolastica Simona Flammini alla guida dell’Istituto Comprensivo “Fracassetti-Capodarco”. Tre anni intensi, attraversati da progetti, innovazione, inclusione, musica, cultura, apertura al territorio e, soprattutto, da migliaia di relazioni umane che hanno dato forma a una comunità educante.
Ci sono incarichi che terminano con una data e altri che, pur terminando formalmente, continuano a vivere nelle persone, nelle esperienze condivise, nei luoghi attraversati e nelle tracce che ciascuno lascia negli altri.
«Oggi 31 agosto si conclude il mio percorso professionale alla guida dell’Istituto Comprensivo “Fracassetti-Capodarco”.
Tre anni e 6 mesi.
Oggi, guardandoli da questa soglia particolare che separa ciò che è stato da ciò che deve ancora cominciare, mi accorgo che raccontarli attraverso un elenco di progetti, risultati o riconoscimenti sarebbe probabilmente il modo meno autentico per salutarli.
Una scuola, prima ancora che di progetti, risultati e traguardi, vive delle persone che ogni giorno le danno senso e identità.
Vive nei bambini che ne varcano per la prima volta la soglia stringendo la mano di un genitore e che, giorno dopo giorno, imparano ad affacciarsi al mondo con crescente autonomia e fiducia.
Cresce insieme agli adolescenti, accompagnandoli in quella stagione complessa e irripetibile nella quale prendono forma consapevolezze, aspirazioni e domande sul proprio futuro.
Trova la propria forza negli insegnanti, nella loro competenza e nella responsabilità educativa di chi, ogni mattina, rinnova l’impegno di accompagnare ciascun alunno nella scoperta delle proprie possibilità.
Si regge anche sul lavoro prezioso, discreto e insostituibile del personale ATA, che assicura quotidianamente cura, accoglienza e funzionamento a una comunità articolata e complessa.
Trae linfa dal rapporto con le famiglie, dalle loro attese e dalle loro preoccupazioni, ma soprattutto da quel patto di fiducia che nasce quando alla scuola viene affidato ciò che per ogni genitore è più prezioso: la crescita e il futuro dei propri figli.
E acquista pienamente significato quando sa oltrepassare i propri confini, dialogare con le istituzioni e con le realtà sociali, culturali e associative, riconoscendosi parte di un territorio e, insieme, contribuendo a costruirne il futuro.
Perché una scuola non è semplicemente un luogo nel quale si insegna: è una comunità nella quale si cresce, ci si incontra, si impara a riconoscere l’altro e si comincia, insieme, a immaginare ciò che ancora non c’è.
In questi tre anni ho cercato di guidare la Fracassetti-Capodarco partendo proprio da questa convinzione.
In questi tre anni ha preso forma l’idea di una scuola in movimento, capace di interrogarsi, di rinnovarsi e di guardare oltre; una scuola proiettata simbolicamente “verso un nuovo mondo”, nella convinzione che ogni innovazione acquisti valore soltanto quando riesce a tradursi in migliori opportunità di crescita, di conoscenza e di futuro per i nostri ragazzi.
La musica ha varcato le aule per raggiungere teatri e piazze; i bambini hanno portato nel cuore della città la loro energia, i loro colori e la loro straordinaria capacità di restituirci uno sguardo nuovo sul mondo. La creatività ha trovato spazi diversi nei quali esprimersi, facendo della scuola un luogo aperto, vivo e capace di dialogare con la comunità.
Sono nate occasioni di incontro e di condivisione, sono stati sperimentati nuovi ambienti e nuovi linguaggi educativi, si sono aperte finestre sull’Europa, sull’innovazione e sulle trasformazioni del nostro tempo, senza mai rinunciare alla cura dei talenti, alla valorizzazione delle attitudini e al riconoscimento delle eccellenze.
Accanto a tutto questo, non è mai venuta meno l’attenzione alle fragilità, a quelle immediatamente riconoscibili e, ancor più, a quelle silenziose, che chiedono alla scuola la sensibilità di essere comprese prima ancora di riuscire a manifestarsi.
A guidare il nostro agire è stata la volontà di ascoltare prima di giudicare, comprendere prima di intervenire, ricercando risposte capaci di coniugare rigore e attenzione, competenza e umanità.
Ogni difficoltà è stata considerata non semplicemente come un limite da registrare, ma come una responsabilità educativa da assumere; ogni bisogno come una domanda alla quale la scuola è chiamata a rispondere con professionalità, sensibilità e presenza.
Perché innovare, includere, valorizzare le eccellenze e prendersi cura delle fragilità non rappresentano direzioni diverse: sono modi diversi di perseguire la stessa missione, quella di offrire a ciascuno la possibilità di trovare il proprio posto, riconoscere il proprio valore e costruire, con fiducia, il proprio futuro.
Inclusione, per noi, non ha significato soltanto garantire strumenti, misure o opportunità, ma creare le condizioni perché ciascun bambino e ciascun ragazzo potesse sentirsi riconosciuto, accolto e messo nella condizione di esprimere le proprie possibilità.
Abbiamo cercato di non lasciare indietro nessuno, nella consapevolezza che la qualità di una comunità scolastica si misura anche dalla capacità di accorgersi di chi fa più fatica, di chi ha bisogno di più tempo, di chi non riesce ancora a trovare le parole per chiedere aiuto.
Perché educare significa anche questo: saper vedere ciò che non sempre si mostra, custodire ciò che è più fragile e restituire a ciascuno la fiducia necessaria per poter continuare il proprio cammino.
Ho sempre creduto che il valore di una scuola non si misuri soltanto da quanto riesca a far correre chi è già veloce, ma anche — e forse soprattutto — dalla capacità di accorgersi di chi rischia di rimanere indietro e di tornare a prenderlo per mano.
Sono stati tre anni nei quali abbiamo fatto squadra ed oggi comprendo ancora più profondamente il significato di questa parola.
Fare squadra non significa essere sempre d’accordo. Significa riconoscersi parte della stessa responsabilità. Significa discutere, qualche volta sbagliare, correggersi, ricominciare, ma continuare a guardare nella medesima direzione: il bene dei nostri studenti.
Per questo il mio primo grazie va a loro.
Ai bambini e ai ragazzi della Fracassetti-Capodarco.
Sono stati la ragione di ogni scelta, anche di quelle più difficili.
Conserverò i loro sorrisi, le domande improvvise nei corridoi, gli abbracci dei più piccoli, l’energia dei più grandi, la musica dei nostri ragazzi, l’emozione dei loro successi e persino quei momenti nei quali uno sguardo diceva più di molte parole.
A loro vorrei lasciare un solo pensiero: non permettete mai a nessuno di stabilire in anticipo fin dove potete arrivare. Abbiate curiosità, custodite i vostri talenti, rispettate le differenze e non abbiate paura di immaginare per voi stessi un futuro grande.
Grazie alle famiglie, che in questi anni hanno dialogato con la scuola, qualche volta condividendone immediatamente le scelte, altre volte interrogandole e discutendole. Anche questo significa essere comunità. Vi ringrazio soprattutto per la fiducia: quella fiducia quotidiana, enorme, che consiste nell’affidarci i vostri figli.
Grazie ai docenti, a coloro che hanno condiviso idee, responsabilità, progetti e qualche inevitabile fatica. Ho incontrato professionalità straordinarie e persone capaci di trasformare un’intuizione in un’esperienza educativa. Se molto è stato realizzato, è perché dietro ogni progetto ci sono state donne e uomini disponibili a crederci e a mettersi in gioco.
Grazie al personale ATA, ai collaboratori scolastici e al personale amministrativo, alla DSGA, allo Staff di dirigenza, alle funzioni strumentali, ai referenti, ai coordinatori e a tutte quelle persone che hanno assunto una responsabilità in più perché la nostra complessa macchina organizzativa potesse funzionare.
Un ringraziamento sincero va all’Amministrazione comunale di Fermo, al Sindaco, agli Assessori, agli uffici e ai servizi comunali con i quali abbiamo affrontato insieme quotidianità, emergenze, esigenze degli edifici, manifestazioni, progetti e nuove opportunità.
Grazie all’Amministrazione provinciale, alle istituzioni del territorio, alle Forze dell’Ordine, alle associazioni, agli enti culturali e sportivi, al mondo del volontariato, ai servizi sociali e sanitari, alle università, alle realtà professionali e a tutti coloro che hanno accettato di costruire con noi alleanze educative.
Una scuola diventa davvero grande quando smette di avere confini e riesce a far entrare il territorio dentro di sé e, nello stesso tempo, ad uscire dalle proprie mura per restituire qualcosa alla comunità.
Alla città di Fermo va il mio grazie più ampio.
Ci ha accolti nelle sue piazze, nei suoi teatri, nelle sue strade. Ha ascoltato la musica dei nostri ragazzi, ha visto i colori dei nostri bambini e ha condiviso con noi momenti che resteranno nella memoria dell’Istituto.
Oggi non sento il bisogno di tracciare bilanci personali. Non spetta a me stabilire ciò che di questi tre anni meriterà di essere ricordato: saranno il tempo, le persone e le tracce lasciate nel cammino della scuola a restituirne, con maggiore verità, il significato.
So, invece, ciò che rimarrà profondamente impresso nella mia memoria.
Rimarranno i volti e i nomi, molto più dei numeri e dei risultati; le conversazioni cercate quando una soluzione sembrava difficile da trovare, le decisioni maturate attraverso il confronto, le riunioni protratte fino a quando la scuola, ormai silenziosa, lasciava fuori dalle finestre soltanto le luci della sera.
Rimarrà la preoccupazione per ogni bambino che attraversava un momento di fragilità e, insieme, l’emozione discreta e profonda di veder riaffiorare un sorriso, ritrovare una fiducia, compiere un passo che fino a poco tempo prima sembrava difficile.
Risuoneranno ancora gli applausi nei teatri, le note della nostra orchestra, le voci dei bambini nelle piazze; riaffioreranno le scuole che si animano al mattino, i corridoi attraversati da passi e voci, i disegni, i concerti, le premiazioni, gli incontri, le tante occasioni nelle quali una comunità ha saputo riconoscersi e ritrovarsi.
E resteranno anche i momenti più complessi. Perché, con il trascorrere del tempo, persino le difficoltà assumono un significato diverso: diventano esperienza, insegnamento, talvolta consapevolezza; entrano a far parte di quella trama invisibile attraverso la quale un percorso professionale diventa anche un percorso umano.
Ma, sopra ogni altra cosa, rimarrà in me la gratitudine per il privilegio e la responsabilità di aver guidato, per tre anni, questa comunità scolastica: di averne condiviso attese e speranze, affrontato complessità e cambiamenti, accompagnato progetti e sogni, e di aver percorso un tratto della sua storia insieme alle persone che ogni giorno le hanno dato vita.
Perché quando un incarico si conclude restano certamente gli atti, i progetti e i risultati. Ma ciò che resiste al tempo è altro: sono le relazioni costruite, la fiducia ricevuta e donata, gli incontri che ci hanno cambiato e quella parte di noi che, quasi senza accorgercene, abbiamo consegnato ai luoghi e alle persone con cui abbiamo condiviso un tratto importante della nostra vita.
Dal 1° settembre inizierà per me un nuovo incarico. 
La Fracassetti-Capodarco continuerà il proprio cammino, come è giusto che sia. Avrà nuovi progetti, nuove sfide, nuove persone che ne scriveranno le pagine future.
Eppure vi sono appartenenze che non possono essere racchiuse entro i confini temporali di un incarico, perché nascono lentamente dalla condivisione quotidiana, dalle responsabilità assunte, dalle difficoltà attraversate insieme e, soprattutto, dalla trama di relazioni che nel tempo trasforma un luogo di lavoro in un luogo della propria storia.
La Fracassetti-Capodarco continuerà naturalmente il proprio cammino, aprendosi a nuove progettualità, affrontando altre sfide e accogliendo persone che sapranno interpretarne il presente e scriverne nuove pagine. Ed è forse proprio questa una delle verità più profonde della scuola: nessuno può considerarla propria, eppure ciascuno, nel tempo che gli è affidato, può sentirsi profondamente parte di essa. Chi ha la responsabilità di guidarla la riceve dalle mani di chi lo ha preceduto, ne custodisce per un tratto la storia e l’identità, prova ad accompagnarne la crescita e, infine, la consegna a chi verrà dopo, nella consapevolezza che ogni esperienza individuale appartiene a un percorso collettivo infinitamente più grande.
È con questo sentimento che oggi guardo ai tre anni trascorsi alla guida dell’Istituto. Mi auguro di aver saputo custodire con rispetto ciò che mi era stato affidato e, nello stesso tempo, di aver avuto il coraggio di aprire strade nuove; di aver contribuito a costruire una scuola sempre più aperta, inclusiva e capace di innovare senza smarrire la propria identità, attenta al presente ma sufficientemente lungimirante da saper volgere lo sguardo verso ciò che ancora deve venire.
Più di ogni progetto realizzato o risultato conseguito, tuttavia, vorrei che rimanesse qualcosa di molto più semplice e, proprio per questo, essenziale: che ogni bambino e ogni ragazzo che in questi tre anni ha attraversato le nostre scuole abbia potuto percepire di essere visto, ascoltato e riconosciuto nella propria unicità; che abbia incontrato almeno un adulto disposto a credere nelle sue possibilità, anche nei momenti in cui lui stesso faticava a riconoscerle; che abbia avvertito la scuola non soltanto come il luogo nel quale apprendere, ma come uno spazio nel quale poter crescere, trovare fiducia e cominciare a immaginare il proprio futuro. Se anche una parte di tutto questo è accaduta, grazie al lavoro condiviso di tante persone, allora credo che il tempo trascorso insieme abbia trovato il suo significato più autentico.
Per questa ragione non sento di affidare questo momento alla parola addio, che porta con sé il senso di una distanza definitiva e poco appartiene alla natura stessa della scuola. La scuola ci insegna, infatti, che ogni conclusione è anche una soglia: mentre qualcosa si compie, altro prende forma; mentre una pagina si chiude, altre attendono di essere scritte. Ed è forse questa continua capacità di generare futuro una delle ragioni per cui lavorare nella scuola rappresenta un’esperienza umana, prima ancora che professionale, così profondamente significativa.
Rimane allora una parola, semplice soltanto in apparenza, nella quale vorrei raccogliere ciò che non sarebbe possibile esprimere compiutamente: grazie.
Un grazie che comprende la fiducia che mi è stata accordata e quella che insieme abbiamo imparato a costruire; le difficoltà che ci hanno interrogato e talvolta messi alla prova, ma che ci hanno anche consentito di crescere; le intuizioni che, attraverso il lavoro condiviso, sono diventate progetti e opportunità; le differenze che ci hanno insegnato quanto una comunità sia tanto più ricca quanto più sa riconoscere e accogliere l’unicità di ciascuno; tutti quei momenti, infine, nei quali, pur nella complessità inevitabile della vita scolastica, abbiamo saputo ritrovarci intorno alla medesima responsabilità educativa.
E il pensiero più affettuoso non può che rivolgersi ai nostri bambini e ai nostri ragazzi, autentica ragione di ogni scelta e destinatari ultimi di ogni nostro impegno. Mentre pensavamo di accompagnarli nella costruzione del loro futuro, sono stati spesso proprio loro, con la spontaneità di una domanda, la forza inattesa di un progresso, la gioia di un traguardo o semplicemente con un sorriso, a ricordarci il senso più profondo del nostro essere scuola e la responsabilità di continuare a credere nel futuro anche quando ancora non riusciamo a vederne pienamente i contorni.
Alla Fracassetti-Capodarco rivolgo, dunque, non un saluto che chiude, ma un augurio di cammino: che continui a essere una scuola viva, inquieta nel senso più nobile del termine, capace di non accontentarsi delle risposte già date; una scuola che sappia custodire la propria storia senza aver paura di cambiare, che continui a riconoscere nelle differenze una ricchezza, nelle fragilità una responsabilità, nei talenti una promessa da coltivare e nell’educazione la più alta forma di fiducia nel domani.
Una parte importante della mia storia professionale resterà inevitabilmente tra queste scuole, nei luoghi, nelle esperienze e soprattutto nelle persone che hanno condiviso con me questi tre anni; allo stesso modo, una parte della Fracassetti-Capodarco continuerà ad accompagnarmi nel nuovo cammino, perché vi sono esperienze che non terminano nel momento in cui si conclude un incarico: semplicemente, trovano un altro modo di rimanere.
A tutta la comunità della Fracassetti-Capodarco, con profonda gratitudine, buon cammino e buon futuro.
Una parte della mia storia professionale resterà qui.
E una parte di questa scuola, certamente, verrà via con me».
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