Non basta continuare a produrre nelle Marche se proprietà, competenze e centri decisionali finiscono progressivamente altrove. È il tema posto da Giorgio Menichelli, segretario generale di Confartigianato Imprese Macerata-Ascoli Piceno-Fermo, che interviene sul fenomeno delle acquisizioni di aziende italiane da parte di gruppi stranieri. Un processo che nella regione non interessa soltanto le grandi realtà, ma da anni coinvolge anche imprese di medie dimensioni, spesso familiari e fortemente legate ai distretti produttivi.
«Quando la direzione strategica si sposta fuori dai confini regionali o nazionali – osserva Menichelli – il rischio è che vengano progressivamente centralizzate altrove anche le funzioni a maggiore valore aggiunto», dalla ricerca e sviluppo al marketing, passando per finanza, progettazione e direzione.
Gli effetti, secondo Confartigianato, potrebbero manifestarsi soprattutto nel medio periodo. Se inizialmente stabilimenti e occupazione possono rimanere sul territorio, con il tempo rischiano di diminuire le posizioni manageriali, tecniche e professionali più qualificate. Una dinamica che significherebbe minori opportunità per i giovani, meno capacità di attrarre talenti e una domanda più debole di servizi avanzati. Il pericolo indicato da Menichelli è quello di vedere le Marche trasformarsi progressivamente «da sistema imprenditoriale diffuso in una piattaforma manifatturiera guidata da centri decisionali esterni». Una regione, insomma, che continua a produrre ma decide sempre meno. Al trasferimento delle funzioni direzionali si aggiunge infatti il rischio che una parte del valore generato dalle aziende non venga più reinvestita localmente.
C’è poi la questione del radicamento. Una proprietà presente sul territorio, evidenzia il segretario generale, ne conosce dinamiche ed esigenze e tende a valutare anche l’impatto sociale delle proprie decisioni. Nei grandi gruppi internazionali, invece, investimenti e riorganizzazioni rispondono a strategie più ampie, sulle quali il territorio ha inevitabilmente una minore capacità di incidere.Da qui l’invito a rivolgere maggiore attenzione alle piccole e medie imprese marchigiane con elevata redditività e potenzialità di crescita. «L’auspicio è che siano sempre più gli stessi imprenditori del territorio a riconoscerne il valore, favorendo aggregazioni e acquisizioni locali anziché lasciare che queste realtà escano dal nostro sistema».
Per Confartigianato servono quindi più aziende “driver”: imprese affidabili, innovative, digitalizzate, organizzativamente solide e aperte ai mercati, in grado di guidare le filiere. Realtà che nelle Marche già esistono in comparti strategici, dalle nuove tecnologie alla meccanica, dalla nautica alla moda. L’obiettivo deve essere individuarle, metterle in rete e trasformarne i fattori di successo in un patrimonio dell’intero sistema produttivo regionale.
Una strategia che passa anche dal rafforzamento degli investimenti in ricerca e innovazione, dalle competenze manageriali, dal rapporto tra università e imprese e dalla capacità di trattenere i talenti. Menichelli richiama inoltre la Regione Marche a un ruolo attivo, sia attraverso il monitoraggio delle acquisizioni sia con politiche di sostegno alle imprese marchigiane che intendono acquisire altre aziende.
La sfida, dunque, non è soltanto difendere la produzione locale, ma creare le condizioni affinché siano le imprese marchigiane a crescere e, a loro volta, ad acquisire realtà anche fuori regione. Perché, conclude Menichelli, «una regione industriale forte non è soltanto quella in cui si produce, ma quella in cui si decide, si progetta e si innova».














