Riceviamo e pubblichiamo da Massimo Valentini, presidente della Fondazione San Giacomo della Marca:

«C’è un sottile filo che lega tutto quanto sta accadendo in un mondo in fiamme. Dalle tragiche guerre in corso, fomentate dalle grandi potenze che vogliono difendere o sostenere la propria influenza controllando materie prime strategiche attraverso l’uso della forza, imponendo il proprio dominio a tutela degli esclusivi interessi che rappresenta. Dalle proteste di chi rimane sempre più penalizzato dalle conseguenze di questo scontro in atto e dai processi di progressiva disuguaglianza che l’attuale sistema sta progressivamente creando. Sino alle azioni di nutriti gruppi di minorenni che devastano i centri delle grandi città con la rabbia di chi non si riconosce nel sistema, ma ne perpetua inconsapevolmente le conseguenze ultime dello svuotamento dell’umano che la cultura della potenza implica, rendendone vittime appunto i più giovani marginali. Una cultura della potenza che non riconosce nell’altro un valore originario, che si arrocca a tutela del proprio gruppo, della propria etnia o nazione, provocando ulteriore tensione e guerra.

È una folle corsa verso l’abisso, totalmente irragionevole, in cui a fianco dei grandi poteri ci sono i rispettivi vassalli che cercano di ritagliarsi delle piccole utilità. Utilità veramente piccole, perché è evidente che i costi delle guerre e degli scontri le pagano crudamente solo i popoli, in particolare i più indifesi e si incomincia anche ad intravedere la possibilità di uno scontro finale, apocalittico per tutti.

La propaganda della guerra ha creato una cultura diffusa che riscontriamo continuamente nella vita sociale di tutti i giorni. Anche la politica segna la propria impotenza quando si arrocca in una autoreferenzialità mortale asservendosi al blocco di potenza di riferimento, brandendo controllo sociale e non sussidiarietà.

In questo marasma, miracolosamente, continua a vivere la compassione di chi guarda l’altro come un valore assoluto, unico, che chiede di essere accolto.

Portiamo negli occhi la compassione di Papa Leone che nel pieno della malattia non abbandona gli ultimi di una città ucraina che la guerra contrapposta non considerava, sino a coinvolgere Putin e Zelensky per la loro tutela. Oppure la compassione di chi nelle scuole o nelle famiglie non ghettizza i turbolenti, ma li coinvolge in percorsi dove possono scoprire il vero valore di sé e dell’altro. Oppure chi negli ospedali o nelle aziende continua a testimoniare che tutti hanno una dignità, che tutti possono portare un contributo, che tutti abbiamo bisogno di aprirci all’altro chiunque esso sia.

Per questi motivi anche quest’anno proponiamo la seconda edizione del percorso “Costruire la Pace, Seminare la Speranza” in cui proporremo due incontri nelle scuole di Fermo, due incontri che coinvolgeranno il territorio e uno spettacolo teatrale.

Nel primo incontro pubblico a Fermo del prossimo 21 novembre un padre palestinese e un padre israeliano, entrambi con un congiunto ucciso nella guerra in corso, dialogheranno condividendo il proprio dolore.

Tutti gli incontri verteranno su testimonianze che indicano una strada possibile per tutti. Testimonianze di una compassione viva che sono l’unica speranza per curare questo mondo devastato e che chiedono un coinvolgimento per continuare a vivere da uomini.

È l’unica strada ragionevole percorribile, non ce ne sono altre, ma richiede la nostra umile adesione nel quotidiano, potentemente attratti da un’umanità più vera che ci coinvolge».

 

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