di Giuseppe Fedeli *
«Rivolte studentesche e vuoti a perdere
“Lotta dura, senza paura” (slogan del movimento sessantottino)
A Milano tutto è iniziato venerdì 16 ottobre, con picchetti e scioperi in diverse scuole della città e poi con un corteo che ha radunato migliaia di persone. La protesta è continuata sabato 17, ma in serata è degenerata: dal corteo si sono staccati gruppi di giovani, spesso incappucciati, e sono scoppiati gli scontri con le forze dell’ordine: manifestazioni nate spontaneamente su Instagram, TikTok e Telegram attraverso l’hashtag #ItaliaInPiazza, che hanno coinvolto altri soggetti con la forza della persuasione e della conseguente emulazione.
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Siamo noi genitori i responsabili delle rivolte studentesche, dei tafferugli accaduti a Milano, a Torino, a Roma?…ma perché dovremmo esserlo noi genitori?… forse che i figli non hanno una loro capacità di discernimento, in altre parole, il “deliberato consenso”? Siamo stati noi genitori la causa di troppi disastri, così ci ripetono, in maniera più o meno sotterranea, le grancasse mediatiche e i mantra di quartiere: la generazione che abbiamo messo al mondo non è stata bene educata, è stata disviata dalle orme dei padri. Personalmente, non ci sto a questa ricostruzione. È vero che la prima educazione si riceve dalla comunità, nel cui grembo si nasce e si cresce, salvo poi prendere altre strade. Ma che si debbano mettere in croce i padri (nella accezione larga di genitori) per un gesto scientemente -o forse- messo in atto dai figli non è giusto, né risponde a verità.
Sono figli del loro tempo, i nostri figli, e, diciamo pure, parto di un contesto socio-antropologico-politico-culturale estremamente complesso. La reclusione del Covid ha tarpato loro le ali, comprimendo al massimo la loro vitalità, i loro aneliti. Quali orizzonti hanno, le giovani leve, se non la distanza che separa la loro faccia dal device, dall’aggeggio tecnologico che hanno in mano?… quali prospettive offre loro il futuro?…quali e quante altre corruzioni e concussioni ed uccisioni dobbiamo offrire alla loro vista, amplificate ad arte dai media? I nostri figli non hanno fiducia nel futuro, e, secondo i facinorosi dei cortei e del corpo a corpo con le forze dell’ordine (accorse per sedare, ma invano, la violenza), quello che essi hanno fatto risponde alla protesta contro le modifiche legislative al sistema scolastico, la inadeguatezza degli edifici scolastici etc etc. Ma non è così: la furia cieca e ingiustificabile che si è scagliata su bersagli, molti dei quali inermi, è uno sfogo a una situazione ormai insostenibile. Con questo non voglio giustificare gli atti vandalici e di violenza gratuita commessi: i figli debbono assumersi la responsabilità di quello che fanno, la portata, il peso delle loro azioni, e ottenere la retribuzione -in termini di pena- per quello che hanno fatto, mettendo a repentaglio la vita e il patrimonio di tanti malcapitati.
Dal punto di vista strettamente sociologico, le rivolte che hanno infiammato diverse città europee nascono da ben altro che non dal pretendere edifici scolastici e università nuove e tetto “limitato” per gli stranieri (rivendicazioni, poi, cristallizzate intorno a una protesta contro il caro vita: modalità di mettersi al centro dell’attenzione, che tanto mi ricordano il movimento del ’68, finito in un pugno di cenere). I disordini nascono da un sistema che non tiene più, da un modulo educativo (di cui la maggior parte delle volte non sono responsabili i docenti, a ragione demotivati) tarlato in radice; dalla incapacità (o forse impossibilità) del docente di prestare ascolto a chi gli sta davanti. Qui si tratta di guardare a un sistema, sfociato in una situazione, nella quale una protesta studentesca finisce oscurata dalla violenza. Per questo occorre una rivoluzione antropologica, culturale, sociale e politica: i giovani debbono avere esempi a cui ispirarsi. Non bastano le parole del capo dello Stato. Non bastano i programmi vuoti che le forze politiche ci ammanniscono a ogni piè sospinto. C’è bisogno della figura di un maestro, che spieghi il mondo a chi lo devo ancora conoscere, sperimentare. Che glielo faccia vedere in un cono di luce, e non nella zona d’ombra».
* giudice















