Giuseppe Fedeli

di Giuseppe Fedeli *

Il fuoco può riscaldare, illuminare, fare casa (non per niente il centro degli affetti è, in senso figurato, il focolare domestico):  ma, nello stesso tempo, bruciare, devastare, fino ad intrappolare nelle sue mortali spire. Narra la mitologia che Prometeo (secondo l’etimologia del nome, colui che ha la mente avanti, e dunque conosce in anticipo il futuro) rubò agli dèi il fuoco (l’intelligenza, la conoscenza), per farne dono agli uomini. In un tempo, quello attuale, in cui domina incontrastata la tecnologia, il fuoco è quella “appendice” (che può identificarsi con l’apice della techné, l’AI, ovvero l’intelligenza artificiale), quel bastone, di cui l’uomo ha bisogno per affrontare un cammino tutt’altro che agevole.

Tuttavia, questo ausilio, se non viene usato bene, trasformandosi da mezzo a fine, rischia di bruciare, appunto, non solo le nostre velleità, ma anche il nostro corpo, la nostra anima. Prometeo rubò il fuoco, e, a causa del peccato di tracotanza per la disobbedienza alle deità, venne incatenato ad una rupe, ogni giorno soffrendo l’attacco di un’aquila gigante che gli lacerava il fegato, il quale ricresceva ogni notte, a rinnovare il supplizio. L’altro, che si intreccia indissolubilmente alle vicende di Prometeo, è il mito di Pandora. Plasmata mortale dal dio Efesto su ordine di Zeus, infuriato a causa del furto compiuto da “colui che vede prima”, la Divinità Suprema dell’Olimpo mise a disposizione di Pandora un orcio. Sennonché, non appena costei, mossa da letale curiosità, aprì il vaso, liberò la vecchiaia, la malattia, la sofferenza e la morte, forme del male e della caduta dall’età dell’oro. Incoperchiato di nuovo il vaso, restò intrappolata sul fondo la sola Speranza. Questa forza che orienta l’uomo verso il “non ancora” va oggi velata, protetta, accudita.

Diversamente, quando l’intelligenza artificiale avrà svelato il nostro futuro, ci rapinerà dell’unica ragione: se si conosce la data della nostra fine, non è più possibile durare, non c’è più un orizzonte di senso in cui inscrivere il mistero che è l’essere qui e ora, cui si va incontro con il limite della propria finitudine: in poche parole, quest’orizzonte si identifica con la libertà di vivere la propria vita, sapendo che prima o poi questa avrà termine. La consapevolezza della imminenza della morte deve restare tale, senza oracoli o preveggenze di sorta. A nessuno è dato espropriare l’uomo di ciò. Custodiamo, allora, quel fuoco, con cura e coscienza. Altrimenti esso lascerà intorno a sé un deserto. Tradotto nel suo significato più vero, se non riusciremo a imporci sulla “macchina”, su quell’ utensile che, da quando l’uomo è comparso sulla terra, gli è  d’aiuto, saremo per sempre sudditi di un sovrano, che finirà per dominare il pianeta. Se, viceversa, riusciremo ad orientare il sistema binario che governa un’intelligenza senza palpiti, riusciremo anche a migliorare la nostra (e l’altrui) esistenza.
È la sfida decisiva, da cui non possiamo chiamarci fuori.

 

* giudice

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