
di Andrea Braconi
L’interrogativo che Guido Bertolaso, ex capo del Dipartimento di Protezione Civile nazionale, ha portato agli studenti accorsi a Santa Vittoria in Matenano per un’iniziativa del progetto Generyaction (ideato dalla Provincia di Fermo) è di quelli perfettamente applicabili a tantissime tragedie, più o meno recenti, avvenute nel nostro Paese. “Se il terremoto de L’Aquila fosse avvenuto di giorno invece che di notte, quanti morti avremmo contato?” ha domandato agli studenti e alle istituzioni presenti all’interno di Palazzo Monti.
E tra gli eventi più drammatici rientra naturalmente la scossa con magnitudo 6.5 del 30 ottobre 2016. Esattamente due anni. Era una domenica, erano le 7.40 di mattina e scuole e uffici pubblici erano chiusi. “Lo dico forte e chiaro – ha affermato -: se quel terremoto del 6 aprile 2009 invece di accadere di notte fosse accaduto di giorno, invece di 308 morti ne avremmo avuti 3.800, perché tutta l’Università è crollata, tutte le scuole sono crollate, la Prefettura è crollata, la stragrande maggioranza degli edifici pubblici è crollata”.
Nel corso della sua disamina, Bertolaso (che ha diretto la Protezione Civile dal 2001 al 2010), ha evitato polemiche e distinguo, rimarcando però con forza le proprie scelte e l’importanza del concetto di leadership. “Un concetto che va applicato a livello di Comune, Provincia, Regione ma anche nel volontariato. Perché c’è sempre qualcuno che poi deve decidere”.
Fondamentale, per lui, resta l’attività di previsione (“…che permette di stare in allerta”), così come la prevenzione, altrettanto importante ma dal suo punto di vista totalmente trascurata. “E i risultati li vediamo, pensiamo al ponte di Genova come ultimo esempio sulle conseguenze di una mancanza di prevenzione. Stendiamo poi un velo pietoso sul ripristino delle condizioni di normalità, altro anello debole della nostra esperienza, i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti in questo territorio colpito dal sisma. Sull’emergenza invece non si può discutere, siamo diventati molto bravi”.
Bertolaso, che ha anche ricordato come la locale Croce Azzurra sia un vero e proprio punto di riferimento per il territorio, ha insistito molto su un elemento cruciale nelle dinamiche di una tragedia come quella che ha colpito l’Italia centrale negli ultimi anni: lo spopolamento delle aree interne. “A L’Aquila abbiamo costruito subito 4.500 appartamenti, alcuni dei quali ospitano gli abitanti di Amatrice dal terremoto del 2016, oltre a 3.000 casette di legno. Ma è l’intervento immediato sulle scuole per i 16.000 studenti “che dovevano andare a scuola” ad essere stato determinante. Se non avessimo riaperto le scuole nel settembre 2009, e il terremoto è dell’aprile 2009, sarebbero andati tutti a scuola sulla costa e i genitori avrebbero seguito i figli. Invece noi volevamo che i figli potessero andare a scuola a L’Aquila, in modo che i genitori rimanessero in qualsiasi modo, nelle casette o laddove volevano, ma nel loro territorio. Così in cinque mesi abbiamo costruito 32 nuove scuole e rimesso a posto 55 scuole in qualche modo lesionate. E il 21 settembre 2009 abbiamo inaugurato l’anno scolastico”.
E sul sito del Comune de L’Aquila, ha aggiunto, ancora oggi sono indicate le scuole aperte sotto il suo mandato, tutte con il certificato di agibilità. “Proprio quel certificato che non aveva nessuna scuola de L’Aquila prima del 6 aprile 2009, con gli studenti che andavano a scuola senza sapere che quelle strutture non erano agibili”.
Per la sua conclusione Bertolaso ha utilizzato una foto per lui simbolo della sua Protezione Civile: un carabiniere che gira tra le macerie de L’Aquila con in testa un casco dei Vigili del Fuoco.“Questa si chiama contaminazione. E questo si chiama lavorare insieme: c’è la voglia, la determinazione e la fermezza di condividere quelle che sono le attività, le esperienze e le responsabilità. Insomma, fare squadra, oppure fare orchestra. Una grande orchestra, quella della Protezione Civile, dove ognuna delle componenti – vigili del fuoco, poliziotti, carabinieri, soldati, marinai, Soccorso Alpino, Croce Rossa, 118 – ha il suo spartito e sa cosa deve fare. Ma poi c’è un direttore d’orchestra che li mette tutti insieme, perché se ognuno va per fatti suoi, seguendo un suo spartito, non abbiamo un’armonia ma abbiamo una cacofonia”.
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