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“Fermo, la seconda patria di Mario”
Brilli e Folicaldi ricordano Dondero
Un’anteprima della mostra al Terminal

ALTIDONA E FERMO - Il lavoro della Fototeca provinciale sul suo archivio, le memorie di chi l'ha conosciuto, nell'anniversario della scomparsa del grande fotoreporter che il capoluogo omaggerà con una mostra dal prossimo 21 dicembre
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di Andrea Braconi

Quando il lavoro sul suo archivio fotografico è iniziato, Mario Dondero era ancora in vita. Lui, sempre restio a catalogare i propri lavori, aveva piano piano ceduto alle richieste dei suoi tanti amici fermani che non volevano disperdere quel patrimonio di storie. Un progetto partito con la Provincia, in particolare dall’Assessorato alla Cultura guidato da Giuseppe Buondonno, che permise di far muovere i primi passi verso un obiettivo che oggi, 5 anni dopo, assume una valenza straordinaria.

E da quell’archivio, la Fototeca provinciale con sede ad Altidona ha estrapolato 80 immagini che verranno esposte dal prossimo 21 dicembre al Terminal di Fermo intitolato di recente proprio al compianto fotoreporter, scomparso il 13 dicembre 2015.

Alcuni scatti della mostra del Terminal

Ci saranno una settantina di foto in bianco e nero, più altre a colori – ci spiega Diego Pizi, fotografo che si occupa di catalogazione, digitalizzazione e preparazione dei file per la stampa -. Lungo la parete della grande sala verranno appese le foto, mentre sui finestroni che si affacciano verso la strada ci saranno dai 6 agli 8 pannelli a colori di formato 80×120, con immagini riguardanti gli artisti e le arti grafiche che Mario ha immortalato negli anni”.

Un’esposizione che abbraccia tante aree tematiche, dall’Africa all’Irlanda, da Cuba alla Borse di Parigi, Atene e Stoccolma. “C’è anche Fermo con alcuni dei suoi personaggi noti, come Angelo Ferracuti, Daniele Di Bonaventura e poi lo scultore Giacometti, il pittore Pende e la scrittrice Lussu. C’è anche il mondo del teatro, con alcune foto già esposte a Montegranaro nell’ambito del Veregra Street, per arrivare a quella che viene definita la telescuola: negli anni ’70 la televisione era entrata nelle case degli italiani e c’è un’immagine molto bella con un maestro che sta davanti ad una tv in un’aula. Anche altre foto fatte da Mario riguardano le scuole, in genere quelle di periferia, in cui si vedono i bimbi o che vanno a lezione con il carro in mezzo al fango, o che in mezzo alle pecore studiano. Sono cose nuove che non conoscevamo di Mario”.

Lo stampatore Lorenzo Lessi e Nando Felicetti

Accanto a Pizi c’è Nando Felicetti, impegnato nella ricerca e nell’archiviazione sia in senso manuale che di inserimento in un database creato appositamente. “Con lui lavorano Laura Strappa, che è stata la compagna di Mario e conosce benissimo tantissime situazioni, e Roberto Felicetti, il fratello di Nando. Insieme vanno alla scoperta di nuove immagini che possono essere più o meno importanti, per venire poi valutate per possibili esposizioni o altro”.

In quel database al momento sono state archiviate circa 50.000 immagini, mentre per quanto riguarda la digitalizzazione la cifra si attesta sui 3.000 pezzi sia in pellicola bianco e nero, sia su diapositiva a colori. “Di catalogazioni ne abbiamo 750, già in mano alla Sovrintendenza per i Beni Archivistici di Umbria e Marche. Ad inizio 2020, probabilmente sempre all’interno del Terminal, dovremmo presentare il lavoro svolto sul Fondo Mario Dondero”.

“Per noi Mario è una persona sempre presente nelle nostre ricerche – aggiunge Pacifico D’Ercoli, responsabile della stessa Fototeca – e anche oggi nelle scelte fatte per questa mostra sono uscite foto ancora più belle. È un archivio in divenire, vivo, come il rapporto con Mario. È soprattutto l’occasione per ripercorrere i suoi racconti e le sue storie, oltre ai tanti viaggi e alle persone che ha fotografato”.

D’Ercoli fa anche il punto sulla vicinanza da parte degli istituzioni. “Sovrintendenza e Direzione generale degli Archivi sono state presenti negli ultimi due anni, ma la nota positiva più recente è che anche la Regione Marche si è attivata. Cominciamo, quindi, a navigare in maniera più tranquilla di quanto fatto in passato”.

Ennio Brilli

In queste giornate così intense, soprattutto per la ricorrenza della morte di Dondero, tanti suoi amici lo stanno ricordando. Come Ennio Brilli, fotoreporter che con Mario ha condiviso tante esperienze e momenti indelebili. “Avrei tante cose da raccontare, qualcuna surreale. Con lui sono andato anche in giro, in Spagna, all’Isola del Giglio, ad Accettura in Basilicata e quindi abbiamo vissuto a stretto contatto per giorni interi, dormendo anche nella stessa camera. In tutte queste avventure sono successe cose anche comiche”.

Della Festa di Maggio di Accettura, Brilli ricorda l’incontro/scontro in un bar con un signore che di mestiere faceva il bibliotecario del paese. “Dopo due minuti erano amici e fratelli, al punto che questo ci ha offerto la camera per dormire lì 3-4 giorni”. Una festa particolare, “con il prete, l’immancabile croce, i santi, ma anche simboli fallici”, con le donne che costruiscono sopra una canestra la cosiddetta cenda, fatta da vari strati di candele e che mano a mano che cresce diventa più stretta e cilindrica. “Un miscuglio tra sano e profano che dura da domenica a martedì, tra canti, balli e vino, con gli anziani che nei giorni prima vanno a tagliare alberi alti fino a 30 metri. Tagliano la punta a valle ed il tronco a monte, trascinandolo in paese con un paio di buoi. Lo ripiantano in paese facendolo aguzzo in alto, mentre sulla punta incidono una fessura; poi con palanche e corde portano la cima fino alla punta dell’albero e la incastrano. C’è poi la sfida a chi riesce a scalarlo, senza alcun aiuto, per prendere il mazzo di fiori che è in cima e lanciarlo poi alla folla. Le ragazze sono tutte innamorate dell’unico uomo che ci riesce, una sorta di eroe. Insomma, una festa vera che a Mario piaceva molto e insieme ci siamo stati per ben due anni. Ho anche un paio di foto di Mario con una regina Māori, che era ospite della manifestazione”.

Il ritorno a casa, spiega, era sempre un momento speciale. Di riflessioni e memorie. “Sapevo di rivederlo a Fermo e quindi non era una grande sofferenza, ma mi sentivo pieno di cose che Mario in qualche modo mi aveva instillato. Lui era così ricco di spirito, di parole, di racconti che alla fine mi riempiva. Se partivo stanco, stralunato o triste, quando tornavo ero sempre rigenerato”.

Romano Folicaldi

Mario, per chi ha avuto il privilegio di conoscerlo, ha saputo rappresentare anche una sorta di mistero. “Questa sua capacità empatica di mettersi in relazione con le persone era una cosa da non credere – commenta Romano Folicaldi -. Qualsiasi persona incontrava, lui creava subito un rapporto e trasfondeva questa sua capacità nella fotografia. Paradossalmente dico: gli era persino troppo facile acquistare la stima e l’amore per le persone”.

Una complessità, quella di Dondero, della quale occorre prendere atto per capire meglio le sue fotografie e l’eccezionalità della persona. “Mario era un uomo di cultura e questo dobbiamo sempre tenerlo presente. C’è sicuramente un fatto estetico legato alle sue foto, ma c’è anche un sapere che cosa si fa, come ci si pone e come ci si rapporta con le persone. In questo lui era un maestro, un maestro che però non poteva insegnare agli altri perché era tanto eccezionale che, ad esempio per un timido come me, era difficile imparare a fare queste cose. Ma, va detto, la sua capacità empatica si vede nelle fotografie. E questo fatto deve essere messo in luce: sono uno che pensa che le fotografie debbano sempre essere accompagnate dalle parole e che queste debbano essere il più elevate possibile. Le fotografie dicono qualcosa che le parole non possono dire, e viceversa. Non dobbiamo mai vederle antitetiche, ma complementari una all’altra”.

Infine, l’intitolazione del Terminal, un gesto che Folicaldi reputa importantissimo. “Stiamo parlando di un uomo che ha adottato Fermo, ha fatto sì che diventasse la sua seconda patria anche grazie a persone che allora sono state ospitali con lui. È bene che si faccia tutto il possibile per dare visibilità al suo lavoro, ma Mario ha bisogno di un approccio molto elevato. Ed è bene farlo oggi, che ci sono ancora testimoni che possono raccontare a pieno la sua figura e la sua straordinaria personalità”.


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