di Alessandro Luzi

“Non si capiva niente”, “Trascina le parole”, “Sono andato via perché incomprensibile”, “Ma parlava italiano?”, queste erano soltanto alcune delle critiche mosse dopo gli ultimi spettacoli di aprile. Ingenerose, anche considerando il periodo che stava vivendo. Poi a maggio la polmonite, 40 giorni di coma, 55 di ricovero in ospedale. Il 6 dicembre il ritorno sul palco e ieri su quello del Teatro Comunale di Porto San Giorgio. È stata la prima delle tre date di ‘C’è sempre qualcosa da bere’ , lo spettacolo con cui Giorgio Montanini ha dimostrato di essere più in forma che mai e stavolta si sentiva eccome!

Da sx Ezio Testa, Giorgio Montanini, Francesco Capodaglio

A introdurre la serata Ezio Testa e Francesco Capodaglio. Già risate a non finire. Poi oltre un’ora di monologo di Giorgio Montanini a catturare l’attenzione del pubblico in un teatro gremito. Come una rockstar dalla ‘vita spericolata’, ha mostrato le cicatrici delle sue battaglie. Sempre come una rockstar, attraverso l’arte ha raccontato le sue fragilità. E se l’impatto sonoro di una band rock è sempre folgorante, lo stesso sono le battute di Montanini: dure, proterve, violente. Del resto quando si va a sentire un concerto metal, o si accetta il volume assordante o si rimane a casa. Insomma, un monologo esplosivo, come è nelle sue corde, per affermare a gran voce “sono tornato!”. E soprattutto ha mantenuto intatto il suo stile. Lo aveva promesso ai microfoni di Radio Fm1: «Conduco una vita quasi monacale, non posso più permettermi di fare stravizi. Questo va a beneficio anche della performance, migliora la qualità del ragionamento, la chiarezza della voce, il modo di articolare. Comunque non sono cambiato, non sarò mai un virtuoso. Devo comportarmi così perché altrimenti va a finire male». Lo stesso si può dire per la sua arte. Infatti non sono mancate delle bordate sull’attualità, le provocazioni verso il pubblico e la satira su temi divisivi (quali? Ci sono altre due serate per scoprirlo).

Si sa, Montanini non è un intrattenitore ma un artista. Non gli interessa il consenso o i facili apprezzamenti. Vuole raccontare artisticamente la vita e il palco è lo spazio sacro per farlo. Le caratteristiche per considerare un’opera d’arte come tale non sono soltanto la raffinatezza, la delicatezza, l’armonia delle forme. Un’opera può anche tirare pugni nello stomaco, può essere cruda, aspra, tagliente. Del resto l’Olympia di Manet era una prostituta e gli impressionisti non piacevano alla critica d’arte del tempo. I sacchi di Alberto Burri trasudano morte. I drughi di Arancia Meccanica sono dei picchiatori seriali. Pasolini racconta i drammi e le contraddizioni del Novecento. Ecco, questo era Montanini prima dello stop forzato, questo è rimasto oggi. Non è cambiato nulla, neanche la voglia di alzare costantemente il livello. A gennaio partirà il suo nuovo tour e le premesse sono ottime.

 

 

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