Donatella Di Pietrantonio

di Claudia Mazzaferro

«Le Marche mi fanno sentire subito nelle orecchie la musicalità della poesia leopardiana. E poi la terra con i suoi borghi, i paesaggi e non ultima la gente con cui negli anni ho costruito rapporti d’affetto importanti». Donatella Di Pietrantonio, ospite ieri all’Auditorium Della Valle, a Sant’Elpidio a Mare nell’ambito della rassegna ‘Trasform-Azioni – Periferie al centro: nuovi spazi del possibile’ promossa da EraFutura e Centro Giovanile Casette, mi risponde mentre è in viaggio e di fronte a sé ha forse già il profilo rassicurante e maestoso della montagna-casa, la montagna del Morrone, all’ombra della quale vive, lavora e scrive da diversi anni. 

Ed è proprio da lì che iniziamo la scoperta di una delle più affermate scrittrici contemporanee. Una donna prima e una scrittrice poi che, durante la presentazione del suo ultimo romanzo L’età fragile edito da Einaudi, in cui esplora la fragilità della vita moderna a partire da un fatto di cronaca, è stata letteralmente avvolta e seguita, come accade di rado, con silenzio ed empatia.  

L’Abruzzo è casa e uno dei grandi temi della sua narrativa. C’è un motivo per cui non vuole andarsene, in senso letterario e non?

«Non voglio andarmene né fisicamente né letterariamente perché è stato autorevolmente detto che l’Abruzzo è un grande produttore di silenzio e questo è vero. Ma è altrettanto vero che è un grande produttore di storie. Forse le caratteristiche stesse del territorio, soprattutto nell’interno, ricco di zone isolate e borghi arroccati, producono tutte queste storie. Si resta magari un po’ tagliati fuori dal mondo ma c’è ancora la possibilità di attingere ad un materiale originario, primario e questo mi interessa molto».

Si dice che scrivere sia un’urgenza. E da “brancolatrice” nel buio – come lei stessa si definisce – a quale urgente fragilità risponde?

«La scrittura è stata la prima modalità che ho scoperto proprio da bambina per esprimere me stessa, per esprimere anche la mia sensibilità. la mia sofferenza di bambina molto sola in un mondo di adulti che avevano sempre molto da fare, dediti al lavoro nei campi. Ho vissuto questa infanzia un po’ spaventata. Il fatto stesso di dover percorrere chilometri a piedi in campagna, nel bosco, per andare a scuola sempre da sola è stato per me una prova continua, un confronto continuo con le mie paure. Una volta che ho imparato a leggere e a scrivere, ho usato questo mezzo per liberarle almeno sulla carta, e mi è rimasto. La possibilità di rispondere a un’urgenza emotiva dandole una forma con la scrittura».

Ammalarsi e morire ci spaventa. C’è altro che la spaventa?

«Ho paura di questo mondo in cui sembra che non impariamo mai niente. Basta guardarsi intorno e tutto quello che vediamo in termini di guerre, distruzione, le condizioni stesse pianeta, le pandemie, tutto questo non ci rassicura sulla nostra capacità di governare il mondo e fa pensare invece a quello spettro che ci ha accompagnato in tempi moderni, all’ autodistruzione».

Le è mai capitato di chiedere ai suoi romanzi, alla scrittura, di riscrivere la vita che non voleva?

«La scrittura è un lavoro di invenzione spesso e si attinge sicuramente anche a dei contenuti che sono propri, di chi scrive. C’è un continuo mescolare ciò che ci appartiene a ciò che rubiamo dalle vite degli altri o inventiamo del tutto. Non ho veramente scritto la mia vita nel senso che ho ben presente la realtà, quello che è stato, la mia storia personale però è vero che la letteratura dà questa infinita possibilità di cambiare le carte. Questo non incide sul quotidiano, sulla realtà ma è un grande spazio mentale che si apre e fa stare anche bene».

Di Pietrantonio qui con Giulia Ciarapica

L’Arminuta, la “ritornata”, con cui ha vinto il Premio Campiello nel 2017, non è autobiografica né attinge dalla cronaca. Come nasce? 

«Nasce dal tema dell’abbandono, che è uno dei mie temi ricorrenti forse proprio perché ho vissuto quel tipo di infanzia in cui, anche se non ero realmente abbandonata, mi sentivo lasciata da parte, trascurata. Non ho fatto altro che inventare me stessa portando all’estremo il tema dell’abbandono, concentrandolo su questo personaggio di bambina che viene prima ceduta da piccolissima e poi a tredici anni improvvisamente restituita. C’è quindi un doppio abbandono che lei subisce. Volevo esplorare la sua capacità di resistere». 

Torniamo a L’età fragile, che è fragile sempre, e al Premio Strega. Come vede questo incontro?

«Non lo so ancora. Non sono ancora certa ma lo vedo come un incontro possibile». 

 

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