di Giuseppe Fedeli *
L’intellettuale
«Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che si sa o che si tace, che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero e coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero».
(P.P.Pasolini)
Intellettuale: Un termine talmente abusato, da risultare insignificante; la storia di un “mestiere” fatta di mutamenti, brame di potere, esitazioni, ambiguità, tradimenti.
Il sostantivo “intellettuale” è diventato un nome comune (e una categoria sociale riconosciuta), in Francia, sul finire del XIX secolo, assumendo il suo significato moderno nel 1898, in seguito al celebre articolo “J’accuse…” di Émile Zola in difesa dell’ufficiale Alfred Dreyfus. In quell’occasione, un gruppo di scrittori e scienziati intervenne nel dibattito pubblico e politico per difendere la giustizia, coniando il concetto moderno.
Ci si domanda se sia una forzatura accomunare, in un’unica “famiglia” uomini che esprimono correnti di pensiero nate in contesti storici tanto differenti: il cinico Diogene di Sinope, l’eretico Bruno, l’utopista Moro, il socialista Marx, il pessimista Schopenhauer, l’esistenzialista Sartre e il visionario Pasolini. «Per eterodossi – risponde Tomas Maldonado a proposito degli intellettuali- si devono intendere tutti coloro che, in un modo o nell’altro, agiscono in contrapposizione ai dogmi, ai corpi dottrinali, ai modelli di comportamento, agli ordinamenti simbolici, e anche agli assetti di potere esistenti. Tutta gente che voleva fare cose nuove. Ribelli, oppugnatori, antagonisti, trasgressivi, insomma dissidenti per vocazione》.
L’intellettuale di oggi è quasi sempre valvassino di un partito (o di un movimento di opinione).
Non pensa più a 360°, non cerca di trarre dalla realtà viva un pensiero fattivo, che indichi una strada, non dico certa, ma da percorrere. Televisioni col corteo di talk show, rete (web) piena zeppa di sollecitazioni fasulle via social hanno accentuato il ruolo dell’intellettuale influencer, fungendo da trampolino di lancio.
A suon di like e follower, i sedicenti tali non passa attimo che non dicano la loro, anche sproloquiando, ma sempre per un secondo fine. Se vuoi la visibilità on line, devi coltivare gli interessi del coté che ti appoggia. Quando ero fanciullo c’erano i primi della classe, adesso c’è un livellamento disarmante, con relativa omologazione al basso.
L’intellettuale, oggi, non è (quasi) mai sganciato da logiche di partito (leggi: di potere), porta acqua al mulino del padrone. Non c’è più un pensiero libero, limpido, assoluto (nel senso di sciolto da ogni condizionamento): un pensiero senza maschere, che dica ciò che pensa, a prescindere da militanze e promesse a seguire. Legàmi (leggi: legacci) che assicurano allo schierato di turno un lauto cachet.
In breve, da tempo si sta verificando un progressivo indebolimento del tradizionale ruolo oracolare dell’intellettuale, come giudice supremo degli sviluppi storici o come zelante guardiano dei diritti civili e umani. E questo perché – dice Maldonado «Tutta la società è diventata a suo modo oracolare. Tv, radio, stampa, web fungono da oracoli del nostro tempo. I bisogni umani di divinazione, vaticini, responsi, predizioni, rassicurazioni, propiziazioni, norme di comportamento, un tempo soddisfatti (o quasi) dagli oracoli, sono ora compito dei media».
Così sbeffeggiava la categoria Giorgio Gaber, nell’omonimo brano”:
“Gli intellettuali sono razionali
Lucidi, imparziali, sempre concettuali
Sono esistenziali, molto sostanziali
Sovrastrutturali e decisionali”
Ps
…aspettando un nuovo Socrate, che risvegli con il dialogo coscienze cloroformizzate, liberando la polis dalle chiacchiere, che, in senso demagogico, catalizzano il “placet” di una tutt’altro che sparuta comunità.
* giudice















