Foto di gruppo per l’incontro con Stefano Rossi, la Polizia di Stato, il sindaco Valerio Vesprini e le rappresentanti del Comitato Famiglie Sicurezza

Nella serata di ieri 3 settembre, una gremita piazza Matteotti, a Porto San Giorgio, ha ospitato un incontro incentrato sulla crescita adolescenziale e sul ruolo educativo dei genitori. L’evento è stato condotto dal dottor Stefano Rossi, psicopedagogista, scrittore e divulgatore. All’iniziativa, organizzata dal Comitato Famiglie Sicurezza, hanno presenziato il sindaco Valerio Vesprini, gli assessori Carlotta Lanciotti e Marco Tombolini, la componente del Comitato Carla Sopranzi, il commissario Giulia Ottaviani e l’agente Francesco Garofalo in rappresentanza della questura di Fermo. 

Stefano Rossi

Ad aprire la serata è stata Carla Sopranzi, che ha sottolineato la «ferma volontà del Comitato di promuovere l’evento», ringraziando coloro che hanno creduto nelle loro iniziative e sostenuto il progetto con impegno e collaborazione. Un ringraziamento particolare è stato rivolto al sindaco, agli assessori e alla Fondazione Cassa di Risparmio di Fermo.

Il primo cittadino di Porto San Giorgio ha espresso grande soddisfazione per la partecipazione, evidenziando come la nascita del Comitato sia stata possibile «grazie all’unione e alla dedizione di genitori pronti a fare gioco di squadra per migliorare la sicurezza generale. Per raggiungere e mantenere questo obiettivo – ha ricordato Vesprini – è importante la cooperazione tra famiglie, Forze dell’Ordine e istituzioni». A questo proposito, l’assessore Lanciotti ha ribadito che la prevenzione rappresenta il mezzo principale per garantire tale sicurezza. 

 

La parola è poi passata al dottor Stefano Rossi, introdotto dall’assessore Marco Tombolini. Il focus dell’intervento si è concentrato sull’ansia, definita l’emozione con più “follower” di questi tempi. Negli ultimi anni, infatti, sono raddoppiati i disturbi d’ansia negli adolescenti, i sintomi ansiogeni e si è assistito a una crescita di casi di ritiro sociale e di disturbi alimentari. Citando il sociologo Bauman “Siamo tutti su un aeroplano che sfreccia verso il futuro, ma c’è un piccolo problema: la cabina di pilotaggio è vuota”, Rossi ha spiegato come il futuro si sia totalmente ribaltato. Se la cabina rappresenta le certezze che un tempo retroagivano sul presente, oggi il domani non è più una sicurezza, bensì una minaccia imprevedibile, intraducibile e incomprensibile da cui si scaturisce uno stato di angoscia.

Carla Sopranzi (Comitato Famiglie Sicurezza)

Riprendendo un pensiero di Gandhi “Non possiamo fermare la tempesta, ma quello che possiamo fare è imparare a danzare sotto la pioggia”, lo psicopedagogista ha evidenziato come educare, oggi, significhi proprio insegnare alle nuove generazioni a danzare nella turbolenza. La prima cosa da fare per equipaggiare i ragazzi ad affrontare un mondo così ribelle è capire che nella cabina di pilotaggio padri e madri funzionano in modo differente poiché essi stessi sono nati con tempi diversi: la madre, in quanto tale, nasce con il bambino, mentre il padre subentra gradualmente solo dopo 9 mesi. Questo vuol dire che la madre riesce a capire il ragazzo dall’interno senza bisogno di troppe parole e acquisisce la capacità di sentire potentemente la fragilità della vita del figlio. I padri tendono ad assumere un comportamento più ritirato o incentrato su di sé. A questo proposito, Rossi ha citato il dipinto di Goya in cui viene raffigurato Saturno che divora i propri figli per timore di perdere il trono: una metafora che mostra la paura di essere esclusi da quella relazione che principalmente si instaura tra madre e figlio.

Tuttavia, la funzione del padre diventa fondamentale con l’arrivo dell’adolescenza. In questa fase di crescita, infatti, il ragazzo non risponde più al ”telecomando materno”. Se nell’infanzia i figli appaiono più trasparenti e comunicativi (basti pensare alla mole di domande poste e alla quantità di cose, anche banali, raccontate ai propri genitori), con l’adolescenza diventano introversi e privi di argomentazioni. Di fronte a questo cambiamento, la madre, che fino a quel momento è stata la pedagogista familiare, rischia di andare in confusione e si trova a dover chiedere supporto al padre. E’ qui che la figura paterna deve intervenire sotto forma di “coltello” capace di tagliare il cordone ombelicale che lega madre e figlio.

Nel corso del suo intervento, Stefano Rossi ha messo in evidenza un concetto chiave: “cadere non equivale a morire”: l’errore peggiore che un genitore possa fare è proteggere i propri figli da ogni caduta e da ogni sofferenza, poiché un simile atteggiamento trasmette indirettamente al ragazzo la convinzione di non essere in grado di farcela da solo. Al contrario, i giovani devono essere liberi di provare, sbagliare, cadere e farsi male. 

«Il dolore non è il trauma, bensì uno dei più grandi maestri della vita» ha rimarcato Rossi affermando anche che si impara molto di più dal dolore che dalla gioia poiché è proprio nei momenti più oscuri e difficili che bisogna fermarsi per capire cosa non sta funzionando e provare a migliorarsi. Riprendendo l’antica arte giapponese di Kintsugi secondo cui si riparano i vasi rotti con l’oro, lo psicopedagogista ha ricordato che il compito dell’età adulta è trasformare in oro le ferite. «Il dolore trasforma l’intelligenza in spirito» conclude Rossi: un potenziale alchemico in grado di tramutare le capacità non valorizzate di un ragazzo  nella grinta con cui affronterà la vita.

Da sin. Carla Sopranzi (Comitato Famiglie Sicurezza), il sindaco Valerio Vesprini e gli assessori Carlotta Lanciotti e Marco Tombolini

Per fronteggiare un mondo come quello attuale, i ragazzi hanno bisogno di speranza,  un sentimento  che il dottor Rossi ha invitato a non confondere con l’ottimismo. La speranza, infatti, non è un’emozione positiva, bensì un’emozione di resistenza al negativo: «E’ il filo di luce a cui aggrapparsi mentre attorno piomba il buio». In questo scenario, i genitori sono chiamati a diventare la guida e l’esempio per i propri figli, rappresentando la loro speranza in un mondo così irrequieto che li mette a dura prova ogni giorno.

Un altro aspetto cruciale che è stato messo in rilievo durante la serata riguarda l’empatia e la comunicazione. Secondo lo psicopedagogista, i peggiori esseri umani a livello comunicativo sono quelli che danno consigli nei momenti difficili. Ciò che invece bisognerebbe fare è lasciare spazio alle lacrime e riconoscere all’altro il diritto di soffrire, di essere arrabbiato, di essere triste e di provar paura. Tuttavia, se la situazione dovesse precipitare, compito del genitore è intervenire e spiegare al proprio figlio un concetto chiave: “Hai diritto alle lacrime, ma nelle lacrime non devi affogare”. Ciò significa che la sofferenza va accolta, ma non le si deve consentire di trascinarci via con lei. Come ricorda Rossi «nessuno è padrone del proprio destino, ma si è padroni di come rispondiamo ad esso».

Un altro tema ripreso dallo psicopedagogista è la no-fobia, ovvero la paura contemporanea dei genitori di dire di no. Viene tirato in ballo il cosiddetto “complesso dell’imperatore”, alimentato da un’educazione genitoriale basata esclusivamente sui “sì” e questo crea nel ragazzo uno stato di  autorevolezza che lo fa sentire padrone del mondo.  Per evitare di crescere un “figlio pozzanghera”, privo di direzione e di intensità, è necessario crescere un “figlio torrente”, la cui forza e direzione sono supportati dagli argini costruiti dai “no”. Brevemente, il dottor Rossi ha spiegato le 3 ragioni del saper dire di no: il no allena il cervello, il no salva il ragazzo dall’angoscia, il no custodisce i sogni. Ha poi concluso questo concetto affermando che «i giusti no che oggi date ai vostri figli, un giorno potrebbero salvare i figli di qualcun altro». 

Il suo discorso è poi proseguito con un’argomentazione riguardante il cosiddetto “schiaffo educativo”. Rivolgendosi ai genitori, il dottor Rossi ha spiegato quanto sia controproducente alzare le mani sui figli. Per capirne il motivo è necessario entrare nella psiche del bambino nel momento in cui viene sistematicamente traumatizzato da coloro che dovrebbero rappresentare il suo porto sicuro: di fronte agli schiaffi, il bambino non smette di volere bene al genitore, ma a se stesso diventando insicuro, titubante e angosciato. Seppur messo da parte, questo trauma riemerge poi in età adulta manifestandosi sotto forma di violenza e incomprensione nei confronti del mondo esterno. 

A conclusione dell’incontro, Rossi si è soffermato su un concetto a lui caro: il “principio di tenerezza”. E’ fondamentale integrare l’autorevolezza con la tenerezza poiché la prima senza la seconda diventa bullismo. Simbolicamente lo psicopedagogista ha incoraggiato i genitori a togliere l’armatura e a imparare a connettersi fisicamente col proprio figlio, sintetizzando tale meccanismo con una frase “Puoi essere per tuo figlio sia il genitore di cui oggi ha bisogno sia il genitore di cui tu avevi bisogno ma che non hai avuto”.  Un messaggio che è anche un invito alla comunità: “Puoi recidere tutti i fiori, ma la primavera continuerà ad arrivare!”.

Il pubblico presente all’incontro con Stefano Rossi

Stefano Rossi

Stefano Rossi

Stefano Rossi

Rappresentanti della Polizia di Stato e del Comitato Famiglie Sicurezza a margine dell’incontro con Stefano Rossi

Stefano Rossi

 

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