Strutture accessibili, tecnici preparati e attività capaci di accogliere esigenze diverse. Sono le priorità emerse dal confronto sullo sport come strumento di inclusione delle persone fragili, ospitato il 6 settembre allo stadio comunale di Monte Urano nell’ambito della Festa dello Sport. L’iniziativa ha riunito rappresentanti delle istituzioni, del mondo sportivo, dell’università e del terzo settore per fare il punto sulle opportunità e sugli ostacoli che ancora condizionano la partecipazione delle persone con disabilità e in situazioni di vulnerabilità.

 

Dopo i saluti del sindaco Andrea Leoni e del consigliere regionale Andrea Putzu, il confronto è stato coordinato da Sebastiano Faccioni, assistente sociale dell’AmbitoSociale XX e del Comune di Monte Urano. Sono intervenuti Luca Savoiardi, presidente del Comitato Paralimpico Italiano delle Marche, Tommaso Farina, ricercatore dell’Università di Macerata, Danilo Oppedisano, presidente nazionale della Lega Unica Calcio a 8, il fermano Michele Massa, atleta paralimpico delle Fiamme Gialle, e Gianluca Di Lorenzo, fondatore della Cooperativa Frolla.

Esperienze sul campo, dati e proposte hanno accompagnato una riflessione che ha avuto tra i suoi punti centrali il passaggio dal concetto di integrazione a quello di inclusione. Nella lettura proposta dai relatori, l’integrazione chiede alla persona di adattarsi a un contesto già definito; l’inclusione richiede invece di progettare fin dall’inizio spazi e attività capaci di accogliere ciascuno, riconoscendo il valore delle differenze.

Nel corso dell’incontro sono state richiamate anche le iniziative istituzionali dedicate al tema. Tra queste, “Sport di tutti – Inclusione”, promosso dal Governo attraverso Sport e Salute, che punta sulle attività sportive gratuite per favorire la socializzazione, la prevenzione e il sostegno alle persone più fragili. Un riferimento è stato fatto anche alle risorse della Missione 5 del PNRR, “Inclusione e Coesione”, destinate a favorire l’accesso allo sport dei gruppi svantaggiati e delle persone con disabilità. Il confronto ha però messo in evidenza la distanza che ancora separa questi obiettivi dalla pratica quotidiana. A partire dagli impianti: secondo i dati del Rapporto Osservatorio Valore Sport richiamati durante l’incontro, oltre il 20% delle strutture censite in Italia presenta gravi criticità strutturali che ne limitano l’accessibilità alle persone con disabilità.

Un altro nodo riguarda l’offerta. Stando ai numeri illustrati nel corso del dibattito, su oltre 112mila realtà sportive registrate nel Registro Nazionale delle Attività Sportive, soltanto circa 5.700 propongono esplicitamente attività dedicate alle persone con disabilità. A questi limiti si aggiunge la formazione degli operatori. I relatori hanno segnalato la carenza di percorsi specifici per allenatori e tecnici, che devono poter contare su competenze adeguate per accogliere atleti con esigenze differenti e organizzare attività realmente accessibili.

È stata inoltre sottolineata la distinzione tra la possibilità formale di accedere a una pratica sportiva e la partecipazione effettiva. Alcune ricerche accademiche citate nel confronto evidenziano come le attività possano richiedere capacità fisiche, cognitive e sociali tali da rendere difficile il coinvolgimento di tutti, anche quando l’accesso è ufficialmente garantito. Il rischio è che la presenza resti soltanto nominale.

La riflessione ha toccato anche la cultura del risultato: secondo quanto emerso, considerare la prestazione competitiva come obiettivo esclusivo delle società sportive può impedire di cogliere pienamente le opportunità educative e sociali dell’inclusione. Al termine dei lavori, i partecipanti hanno individuato tre direzioni sulle quali concentrare un impegno condiviso tra istituzioni, federazioni, terzo settore e università: investimenti per abbattere le barriere architettoniche, formazione obbligatoria del personale tecnico e un cambiamento culturale che riconosca la diversità come una risorsa per l’intero movimento sportivo.

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