Riceviamo dal sig. Michele Guidone, che si firma “genitore amareggiato”, e pubblichiamo:
«L’istruzione non è la priorità del Paese se la scuola svende il futuro dei giovani per un piatto di lenticchie. Sgombriamo il campo dagli equivoci. Le violenze di piazza sono inaccettabili. Chi sceglie questa strada si autoesclude da ogni diritto di essere ascoltato, ammesso che abbia qualcosa da dire. E le forze dell’ordine hanno tutte le ragioni di intervenire, contenere ed eseguire fermi o arresti di fronte a chi sceglie di devastare, aggredire, saccheggiare. Non importa che si trovi in Francia oppure, come nei giorni scorsi, a Milano o a Bologna. Eppure, al netto degli inaccettabili eccessi di frange violente, la rabbia che cova tra le nuove generazioni affonda le radici in un terreno economico e sociale drammaticamente reale.
Sul Corriere della Sera del 19 ottobre, Federico Fubini, dopo aver esordito con la premessa che ho fatto mia all’inizio, ha fotografato lucidamente l’Italia attuale: un sistema cartellizzato, bloccato, declinato a vantaggio di pochi e a spese di molti. Un Paese che risponde troppo spesso alla logica del “chi sei e chi ti manda?” anziché a quella del “che cosa sai fare?”.
La situazione dell’Italia si inserisce in uno scenario globale ancora più cupo e cinico. Viviamo in un’epoca che sembra aver smarrito le regole del diritto internazionale, dove vige la legge del più forte, sia per numero di armi, sia per potenza economica e tecnologica. Il parallelismo con la fine degli anni ’60 è evidente e ingigantito: se in un decennio di Vietnam gli Stati Uniti persero meno di 60.000 giovani, oggi la Russia in Ucraina ne ha perduti quasi dieci volte tanto.
In quel periodo, anche in democrazie avanzate si tolleravano cittadini di serie A e di serie B per il colore della pelle; oggi l’ordine globale tollera la legge del taglione secondo la quale ad un torto si può reagire con un torto di molte volte maggiore, colpendo sistematicamente innocenti, come meri danni ‘collaterali’.
Caduta dunque l’illusione di non essere più gli uomini “della pietra e della fionda”, dovremmo riporre la speranza di un futuro migliore nei giovani, ma questi assistono al crollo verticale dei valori e dei diritti e ne assorbono, inevitabilmente, il senso di profonda ingiustizia e precarietà.
In questo quadro macroscopico, la risposta del nostro territorio e delle nostre istituzioni locali è desolante. Nel nostro piccolo, ci limitiamo a negare ai ragazzi persino il diritto di studiare in maniera decente. La decisione di imporre a tutte le scuole superiori della provincia di Fermo il passaggio forzato alla “settimana corta” (la didattica distribuita su 5 giorni) ne è esempio tangibile e doloroso. Una scelta calata dall’alto, spacciata per razionalizzazione, ma che di fatto serve solo a risparmiare qualche spicciolo di riscaldamento o logistica.
Il danno arrecato a studenti e docenti è grave ed immediato. Non bisogna essere fini pedagoghi per comprendere che l’apprendimento non funziona a scompartimenti stagni. In istituti dove si affrontano materie profondamente concettuali, il tempo è una variabile fondamentale. I concetti richiedono una “digestione” lenta, una riflessione che non può essere veicolata al modo dell’alimentazione delle oche da foie gras, affastellando nozioni una via l’altra in ore sincopate per cercare di fare stare in cinque giorni quello che fino all’anno scorso stava in sei.
Il risultato è un cortocircuito quotidiano: le lezioni si prolungano fino alle prime ore del pomeriggio, gli alunni tornano a casa tardi, esausti, e con il gravoso compito di dover preparare un’ora in più di lezione per il giorno successivo. Viene così penalizzato il tempo per lo studio individuale ponderato, per lo sport, per la socialità. E il lavoro dei professori, privati degli spazi vitali per il dialogo educativo, viene svilito in una continua corsa contro il tempo.
Questo provvedimento è l’ennesimo torto che noi adulti facciamo al futuro dei nostri ragazzi. Consegniamo già ai giovani di oggi una società dove è sempre più difficile, rispetto al passato, garantire l’accesso ad un lavoro dignitoso, la mobilità sociale, il riconoscimento del merito e, non da ultimo, la prospettiva di una pensione adeguata. Togliergli anche la qualità del tempo scolastico significa impoverire l’unico strumento di riscatto rimasto, a meno che non si vogliano ritenere strumenti di riscatto i social media con la prospettiva di diventare ‘influencer’.
Sempre Fubini nel chiudere il suo editoriale scrive: “I giovani in piazza in questi giorni probabilmente non leggono tutto questo in modo analitico. Ma capiscono che qualcosa non quadra, qualcosa non funziona nell’interesse del loro futuro. C’è da stupirsi che abbiano atteso così tanto”.
Chissà che a causa di questa sciagurata (e miope) politica “glocal”, non ci aspetti davvero un nuovo ’68.
Nel frattempo, iniziare a rimettere la scuola al centro dell’agenda, restituendo ai ragazzi, che protestino o meno, le loro ore e i loro spazi, sarebbe il minimo sindacale per dimostrare che il loro futuro vale più di qualche bolletta risparmiata».















