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Instantanee dal Ghana, il quinto scatto: Adudonu, un pezzo di casa nostra

venerdì 30 settembre 2016 - Ore 10:39
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di Marco Renzi

foto Francesca Renzi

IL BARATTO NELLA SCUOLA DI CHILDREN’S LAND – Il nostro viaggiare ci ha portato oggi al villaggio di Adudonu dove, con grande meraviglia, abbiamo trovato un pezzo di casa nostra. In questa sperduta località, sulla direttrice che porta verso il nord del Ghana, nel bel mezzo di una vasta e verdeggiante pianura, sorge solitaria, o almeno apparentemente tale, una costruzione che si stacca dalle capanne di terra che si vedono abitualmente. Per metà è un Chiesa e per l’altra una Scuola, intorno alberi, alberi e ancora alberi. Buona parte della Scuola è stata costruita con il determinante apporto degli amici montegiorgesi dell’Associazione “Children’s Land”, nostri partner per questo progetto insieme a “In My Father’s House” di Abor. Non vi nascondo che tutti abbiamo sentito un pizzico di orgoglio per l’impegno del nostro territorio in questo angolo di pianeta e il pensiero è volato a Fernando e ai suoi amici, che da anni operano in queste zone, dove hanno contribuito alla realizzazione di diverse opere, tra cui questa in cui ci troviamo.

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Il luogo è remoto e vi si arriva dopo aver percorso una strada di terra che oggi, causa le robuste piogge, in diversi tratti si è presentata completamente allagata. All’arrivo non abbiamo trovato praticamente nessuno, eccezione fatta per due muratori che stavano fabbricando dei mattoni che, abbiamo successivamente saputo, serviranno alla costruzione dei bagni. I servizi, qui come in altre Scuole, sorgono in un corpo staccato, a una ventina di metri circa dall’edificio principale, sono stanzette con un buco al centro che rimanda ad una fossa settica sottostante, tutto qui. Forti delle esperienze precedenti non ci siamo preoccupati più di tanto ed infatti, dopo pochi minuti, pian piano sono cominciati ad arrivare bambini, anziani, donne con piccoli legati dietro, ragazzi e ragazze, da dove siano usciti non ci è dato saperlo, sta di fatto che nel giro di mezz’ora lo spazio era completamente pieno. I più giovani portavano sulla testa sedie di plastica, altri gli immancabili tamburi, il piccolo esodo di un’intera comunità si stava materializzando sotto ai nostri occhi. Gli anziani, vestiti con abito tradizionale, si sono seduti davanti ed era uno spettacolo vederli, avvolti nelle loro lunghe stoffe coloratissime, solenni e austeri, dietro le donne, anch’esse con vestiti sgargianti e copricapi uguali, via via tutto un popolo.

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I tamburi hanno cominciato a suonare, insieme a loro anche delle grandi zucche secche coperte da trecce di semi, una sorta di maracas, ed oggi, in via del tutto eccezionale, forse perché domenica, anche campanacci di diverse dimensioni, in sintesi una vera e propria sezione ritmica. L’incontro era cominciato. Dopo qualche tempo i tamburi hanno abbassato il volume e dal fondo dell’edificio è partita una piccola processione con in testa il portacrocefisso e in coda Padre Jo, il missionario. Tra canti e suoni il corteo ha fatto il giro lungo, come ad abbracciare tutti i presenti, quindi si è diretto al tavolo centrale adibito ad altare. La messa è qualcosa di estremamente sentito e al contempo allegro, continuamente arricchita da canti sempre accompagnanti dai tamburi. Sul tavolo/altare, ai lati, due candele protette dal vento da un vaso di vetro e poggiate su due scatolette vuote di carne simmenthal. Terminata la messa doveva iniziare il nostro spettacolo, dico doveva perchè abbiamo chiesto dieci minuti per preparare le ultime cose e loro, nell’attesa, hanno ripreso a suonare. I dieci minuti sono diventati oltre un’ora e quello a cui abbiamo assistito è stato un momento davvero indimenticabile.

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Da giovani, tutti quelli che fanno il mio mestiere, hanno letto un libro che si chiama “Lo Straniero che Danza”, dove un giovane ricercatore pugliese, tale Eugenio Barba, teorizzava il baratto culturale, vi si racconta e si documenta di incontri con popolazioni molto rurali dove ciascuno ha semplicemente portato e donato all’altro ciò di cui era culturalmente in possesso, soprattutto musica e danza. Quel libro, dal quale poi è scaturito un movimento che si è chiamato “Terzo Teatro”, ha fatto il giro del mondo ed è stato sempre presente nei miei ricordi come qualcosa di leggendario e forse di irreale. Premesso che non ho mai aderito al “Terzo Teatro” e che il mio percorso professionale ha preso strade molto diverse, confesso che oggi, in questo luogo sperduto della campagna ghanese, ho potuto toccare con mano il senso di quel baratto di cui avevo letto da giovane. Senza che nessuno avesse preparato alcunchè, e di questo mi sono successivamente sincerato, un’intera comunità si è messa a danzare, dai bambini agli anziani. Al suono trascinante di una poliritmia che solo gli africani sanno fare, a turni di qualche minuto ciascuno ma senza interruzione, tutti si sono alternati in una danza molto difficile e per noi complessa, fata di rapide vibrazioni delle spalle e delle braccia accompagnate da piccoli passi. Il movimento richiedeva molta energia per cui la sua durata non poteva essere eccessiva, ecco la ragione delle brevità e della continua alternanza. E’ stato bello vedere giovani che lasciavano il centro dello spazio agli anziani e da questi alle ragazze e così avanti, fino ad abbracciare davvero una comunità, tutto sotto lo sguardo divertito e solenne del capo, che avvolto nel suo vestito giallo muoveva il piede al ritmo della danza. Siamo stati anche noi trascinati nell’alternanza, con loro evidente divertimento per l’impossibilità di riprodurre quei movimenti così precisi e complessi, passi e gesti che imparano sin da piccoli, lo abbiamo visto con i bambini, e che sono un segno evidente di appartenenza e di orgoglio. Terminate le danze, credo più per lasciar spazio alle nostre che per loro stanchezza, abbiamo dato inizio allo spettacolo e l’idea del baratto non mi ha più abbandonato.

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PS . Il progetto che stiamo realizzando, come gli altri negli anni scorsi, produce una serie cospicua di domande a fronte di qualche risposta. Il mondo è vasto, complesso, davvero non basta una vita per capirlo. Di fronte a tanta prateria adotto la tecnica della foglia che cade nel fiume, mi lascio trasportare dalla corrente e mentre scendo cullato dall’acqua penso, più precisamente sogno, immaginando un mondo finalmente rotondo, dove a tutti siano date le stesse opportunità, ben sapendo che al risveglio lo ritroverò sghembo come l’ho lasciato. C’è però una certezza, lontana, laggiù, al fondo dei pensieri, è quella che se esiste una possibilità di cambiarlo questo benedetto pianeta, questa risiede solo nel continuare a sognarlo diverso.

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