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Il limite,
un tesoro per i nostri figli

RIFLESSIONE - L’accusa principale rivolta a questa società del benessere è che non ha più valori né etica. Ne abbiamo parlato con il Prof. Luca Tosoni, docente di Morale
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di Nunzia Eleuteri

 

Sono storie che si ripetono quelle di figli ribelli che non ascoltano consigli e che, pur di stupire genitori e amici, si mettono nei guai. E’ sempre accaduto ma ora l’allarme è alto. Solo pochi giorni fa a Porto San Giorgio, è scattato un provvedimento di chiusura della durata di due settimane per un locale in cui le forze dell’ordine hanno riscontrato un viavai di minori con droga in tasca e a quali veniva somministrato alcool (leggi l’articolo).

 

Storie che non vorremmo mai sentire che invece sono all’ordine del giorno e che mettono sotto la luce dei riflettori un grande problema su cui riflettere e a cui non riusciamo a dare risposte.

In generale, i genitori sono preoccupati e spesso si sentono soli, senza armi con cui combattere. Un problema generazionale, sembra. Si ritrovano col dito puntato contro da chi hanno attorno e si chiedono, spesso in lacrime, dove abbiano sbagliato visto che hanno cercato di dare e fare tutto quanto fosse in loro potere. Perché, troppo spesso, proprio nel dare il massimo, ci si trova impigliati in una rete dalla quale non è facile districarsi. L’accusa principale che viene rivolta a questa società del benessere è che non ha più valori né etica.

 

Ne abbiamo parlato con il professor Luca Tosoni, fermano e docente di Morale all’Itm di Ancona: “In tal senso, è molto interessante un racconto degli indiani d’America sull’iniziazione. In molte tribù i ragazzi, raggiunta l’età della pubertà, vengono sottoposti a una serie di prove iniziatiche come dormire fuori dalla tenda, lontano dalla famiglia, abituarsi a sopportare la fame, la sete, il sonno, imparare a costruirsi delle armi, cucire scarpe e vestiti con le pelli degli animali, sottoporsi a lunghi momenti d’istruzione da parte degli anziani. In una di queste iniziazioni gli anziani che dovevano vegliare sui giovani si erano stancati e si erano addormentati, mentre i giovani cominciavano a trasformarsi chi in un’anatra selvatica, chi in un’oca… Solo l’istruttore che vegliava su di loro colse la loro trasformazione e volò verso di loro trasformandosi in aquila. Il racconto, pur nella sua immaginazione, ci fa cogliere un fatto importante. Nella crescita del figlio – spiega Tosoni – il pericolo più evidente per i genitori è quello di stancarsi, di addormentarsi, di non essere più vigili. Per l’istruttore, invece, quello che conta è assicurare la presenza anche nella stanchezza e nella difficoltà che la crescita comporta. L’istruttore ha il coraggio di tentare nuovi voli, di riprogrammare il percorso, rimettendosi in gioco. Quello che maggiormente conta, nel processo affascinante e tortuoso della vita, è assicurare ai nostri figli, una presenza costante, trasparente ed emotivamente vicina, ma anche una presenza che sappia essere arginante, come nel gioco del biliardo è la sponda nei confronti della palla scagliata contro.

I pericoli sono tanti in un cammino – continua il docente di Morale – vigilare significa indicare continuamente la strada senza mai stancarsi. Significa, inoltre, fermezza, autorevolezza, bisogna segnare il percorso, porre dei limiti.

Eccolo qui un altro salto qualitativamente importante dell’azione educativa: pensare un’educazione che sia in grado di sviluppare limiti. Il limite aiuta a comprendere quello che noi siamo, orienta la crescita, ci pone nella nostra dimora esistenziale imparando a porci nella giusta relazione evitando deliri d’onnipotenza.

Da una parte il limite, paradossalmente, indica la via, la strada da percorrere per maturare e crescere, dall’altra la dimora, l’abitazione che scopriamo essere il nostro luogo di cui dobbiamo scoprire le regole. I ‘no’, come afferma una famosa psicanalista, seppur difficili e complicati da dire, aiutano a crescere. La crisi sprigiona la sua forza positiva perché, in questo caso, diviene invito alla riflessione a rivedere e correggere, se necessario, il percorso fatto.

 

In questo senso rimproverare significa cercare di smascherare le false certezze, far comprendere i comportamenti sbagliati. L’amore in questo caso si manifesta nell’attesa, nella pazienza, nel saper aspettare che l’altro apra il proprio cuore. Educare non vuol dire sempre accontentare, bisogna avere il coraggio di far affrontare sofferenze e limiti. Bisogna avere il coraggio della verità, pur nella gradualità, il coraggio di passare anche attraverso le sofferenze, non cercate, non imposte, ma che a volte sono presenti nella vita quotidiana. E’ certo che non si può intervenire in modo sconnesso e disordinato, ma non si può pretendere che ci sia una precisione geometrica, bisogna operare con elasticità ed equilibrio – continua nella spiegazione Luca Tosoni – questo significa che il figlio impara a crescere quando comprende che la soluzione non è nel fuggire ma è nel percorrere la vita con le sue gioie e le sue difficoltà; quando sceglie la propria strada e decide di affrontare la realtà e i cambiamenti che a ogni svolta critica della vita gli si prospettano davanti. Essere vigili, infine, significa indicare i valori importanti della vita, dare punti di riferimento, aiutare a riflettere su ciò che promuove la vita e su ciò che la svilisce o addirittura la nega. Dal limite può nascere la coscienza della responsabilità. Dal recupero di una civiltà dei limiti può nascere una civiltà della trascendenza e del senso.

 

Voglio concludere con una citazione che a mio avviso sintetizza quanto ho detto. Il Deuteronomio 32 al v.11 ci descrive Dio come Un’aquila che veglia la sua nidiata, che vola sopra i suoi nati, egli spiegò le ali e lo prese, lo sollevò sulle sue ali… Noi genitori, figli di questo Dio che si è donato fino in fondo, – conclude il professor Tosoni – siamo chiamati a vigilare, a resistere al sonno, alla miopia del non saper osservare con sguardo lungimirante”.

 

 


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