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Premio Volponi: riflessioni a teatro
su “L’Italia che cambia”

POLITICA E SOCIETA' - Un messaggio che arriva con un tempismo perfetto pensando ad una città come Fermo divisa in due tra chi vuole che le scuole danneggiate dal sisma restino in centro storico e chi guarda al presente e al futuro facendo tesoro delle esperienze del recentissimo passato.
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Pier Luigi Celli, Angelo Ferracuti e Aldo Bonomi al Teatro comunale di Porto San Giorgio

Pier Luigi Celli, Angelo Ferracuti e Aldo Bonomi al Teatro comunale di Porto San Giorgio

 

di Nunzia Eleuteri

 

Ospiti di eccezione al Teatro di Porto San Giorgio nel tardo pomeriggio di ieri. Ospiti che hanno trattato argomenti importanti e con una profondità di pensiero di altissimo livello.

Il sociologo Aldo Bonomi e il Senior Advisor di Poste Italiane, Pier Luigi Celli, dirigente di azienda e saggista, hanno dialogato con lo scrittore Angelo Ferracuti sul tema “L’Italia oggi: come cambia un paese” nell’ambito dei tantissimi appuntamenti della rassegna “Premio letterario nazionale Paolo Volponi”.

Riflessioni di spessore che hanno toccato da vicino la società del duemila, la tecnologia come strumento ma anche come nuovo soggetto, le comunità reali e virtuali, la politica in rapporto proprio all’utilizzo che fa della tecnologia, la scuola e infine anche questo territorio.

 

“Sappiamo fare molte più cose di una volta ma non sappiamo più il perché – esordisce Pier Luigi Celli – Ognuno perimetra il suo territorio. Si è perso completamente il senso del bene comune. Ci sono interessi intrecciati dei singoli e finché non recuperiamo ciò che abbiamo perso non usciremo dalla crisi. Abbiamo bisogno di una classe dirigente che pensi il futuro e al futuro per prospettare qualcosa di concreto alle nuove generazioni. La scuola e l’università hanno perso di vista l’obiettivo che avevano: allevare gli studenti alla vita prima ancora di prepararli al lavoro. Non abbiamo più maestri ma solo professori – continua lo scrittore – Ognuno è preso dalla misura del suo potere e il potere non vuole eredi. Ma se non hai eredi non hai futuro. Abbiamo perso le ragioni per appassionarci e se non trasmettiamo valori appetibili ai giovani non possiamo cambiare rotta. L’individualismo non porta da nessuna parte. Solo lavorare insieme per lo stesso obiettivo può fare la differenza”.

 

Parole che trovano il consenso dei presenti e alle quali risponde il sociologo Aldo Bonomi:“Viviamo una realtà rovesciata rispetto al passato. Abbiamo fatto un salto d’epoca da un passato che aveva fini certi e mezzi incerti ad un presente con fini incerti e mezzi certi. La comunità di un tempo non esiste più e non possiamo pensare di riconoscere oggi quella comunità nella ‘community’ della rete. Non è la stessa cosa. I movimenti sociali possono essere divisi in alcuni comportamenti ben identificabili in diverse comunità: quella del rancore, ad esempio, che scaturisce dalla paura e che porta alla chiusura rancorosa ma anche la comunità di cura che conosciamo attraverso l’associazionismo e che dovrebbe essere la dimensione dei sindacati, delle università o la comunità che affronta i temi dell’immigrazione. Siamo in un periodo di grande crisi, paragonabile ad una nuova guerra mondiale. E dopo la guerra è tempo di ricostruire”.

 

Ricostruire, però, significa ideare, pensare, progettare e guardare avanti, puntare un obiettivo. Abbiamo una classe dirigente così capace? Questo il tema ricorrente della serata. Mancano figure di riferimento credibili e che possano rappresentare non solo una guida per il Paese ma, soprattutto, una prospettiva. Manca una progettazione a lungo termine. Mancano gli statisti.

 

E’ il professore Peppino Buondonno, tra il pubblico, a ringraziare i due scrittori:“Un’analisi così approfondita su questo territorio non l’avevo mai sentita. Immaginare una democrazia della rete e delle lobby, come è stata presentata, mi spaventa proprio per l’assenza della politica di cui abbiamo parlato”.

 

Bonomi, alla domanda del dirigente alla cultura della regione Marche Raimondo Orsetti, che chiede una riflessione sulla realtà marchigiana danneggiata dal sisma, risponde:“Bisogna comprendere il significato della ferita, il primo problema è partire dai frammenti della comunità (quella che non c’è più e quella da ricostituire). Questi luoghi debbono essere attraversati dall’economia dei servizi: scuole, università, mobilità sostenibile, rete commerciale. Si deve però avere un’occhio che guardi al futuro: ricostruire in modo e luoghi diversi. È impensabile ricostruire come prima e negli stessi luoghi le scuole o le università. Servono un cambio di marcia e di prospettive”.

 

In effetti l’esperienza insegna (o almeno dovrebbe insegnare). E la storia serve anche a questo: a non ripetere errori. Un messaggio che arriva con un tempismo perfetto pensando ad una città come Fermo divisa in due tra chi vuole che le scuole danneggiate dal sisma restino in centro storico, con tutte le deroghe in materia di sicurezza, e chi guarda al presente e al futuro facendo tesoro delle esperienze del recentissimo passato. Forse nemmeno passato…

Divisioni inutili quando le decisioni spettano a quella “politica che ha come principale obiettivo il benessere della comunità; un benessere che passa attraverso la lungimiranza e supera gli individualismi”, per concludere con una delle tante frasi dell’incontro “L’Italia oggi: come cambia un paese”. Interessantissimo incontro.


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