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Uno schiaffo ad una donna
va raccontato e disegnato

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di Andrea Braconi

Raccontare e dare forma alla violenza subita dalle donne si può. Anzi, si deve. È quello che resta dopo un pomeriggio trascorso con Manuela Lunati, scrittrice originaria di Porto San Giorgio ma oggi residente in Brasile per un incarico come docente e ricercatrice universitaria.

“Giochi di mano” è il suo primo libro, scritto nel 2012 e vincitore de La Giara di Bronzo, un premio nazionale organizzato dalla RAI. E sabato 17 dicembre, a partire dalle ore 17 nella Sala Imperatori di Porto San Giorgio, ne discuterà insieme a rappresentanti dell’Amministrazione comunale, della Commissione Pari Opportunità e tante donne interessate al tema. Ma sarà soprattutto per ammirare il progetto “Giochi di mano: dalla parola alla china”, una mostra realizzata insieme alla disegnatrice anconetana Isabella Manfrini, nota come LaManfrina, visitabile fino al 23 dicembre (orari: lunedì-sabato 17-20 / domenica 10-12.30 e 17-20).

Manuela, partiamo dal tuo libro.

“Nasce innanzitutto da una grande passione per la scrittura e dal fatto che ad un certo punto avevo una storia da raccontare. Una storia che poteva essere raccontata e che forse doveva essere raccontata.”

Ed è una storia vera.

“Il libro è autobiografico, è la storia del mio primo matrimonio e quindi dei miei anni che vanno dal 1995 al 2003, dalla fine della guerra civile nella ex Yugoslavia dove sono stata come volontaria in un campo per profughi bosniaci. Lì incontro questo ragazzo croato ed inizia questa storia. Poi lui viene in Italia e ci sposiamo, dato che lo Stato italiano non riconosce l’amore come ragione sufficiente per concedere il permesso di soggiorno. Sono giovanissima, ho 19 anni e da lì inizia questa lenta discesa negli inferi.”

Una discesa che racconti, appunto, tra queste pagine.

“Esattamente. Racconto la discesa, ma anche la risalita. Quindi, a volte viene presentata come spesso succede quando si parla di violenza come di una storia di rinascita. Questo in parte è vero, ma è anche vero che questa non è una storia a lieto fine, nel senso che la protagonista non è un’eroina, non è lei che lascia l’uomo maltrattante ma viene lasciata, quindi il no che dovrebbe dire in realtà non lo dice mai. E poi c’è fino alla fine una sorta di legame tra i due.”

Sabato avremo occasione di conoscere ed ammirare i frutti di questa tua collaborazione con Isabella Manfrini, detta LaManfrina.

“La nostra collaborazione nasce per caso e per gioco in occasione di una festa popolare a Monsano, la Pasquella, dove ho visto Isabella e altre persone ballare la mazurca. Feci un’osservazione e dissi ad Isabella: ‘ma come fate a non innamorarvi?’. E lei fece la sua prima vignetta in collaborazione con me intitolata proprio ‘L’amore ai tempi della mazurca’. Da lì ho ricevuto l’invito da parte del festival ‘La violenza illustrata’ di Bologna, giunto all’undicesima edizione, per presentare il mio libro. Ho accettato con molto piacere, anche perché ho studiato a Bologna negli anni in cui si svolgeva la mia storia e sono stata utente per un breve periodo del Centro Antiviolenza. Quindi, ho pensato a come giustificare la presenza di un romanzo all’interno di un festival di illustrazioni, anche se è vero che la letteratura in realtà dovrebbe far vedere. Ho proposto alle organizzatrici del festival di invitare una disegnatrice a trarre delle vignette dal libro. Loro hanno visto i disegni della Manfrina e da lì è partito tutto.”

Bologna, Ascoli Piceno e Trieste. E poi Porto San Giorgio, Ancona, Pesaro, Macerata e Roma. Una presentazione itinerante, che sta toccando e continuerà a toccare diverse città. Che tipo di risposta c’è stata finora da parte del pubblico?

“È ed è stata un’esperienza molto interessante. Su un tema come quello della violenza sulle donne di solito il pubblico è colpito sia dal linguaggio letterario, sicuramente diverso da quello giornalistico o televisivo. A noi interessavano più che altro le emozioni dei personaggi, le braccia che stringono le ginocchia, le pause. Ed è un modo di raccontare la violenza che sembra stia catturando positivamente l’attenzione, così come il linguaggio grafico di Isabella con il suo tratto molto semplice e la scelta del bianco e nero. Insomma, è una bella avventura.”

Quanto è importante questa varietà di proposte a favore di diverse tipologie di pubblico, studenti compresi, per divulgare messaggi corretti e scardinare stereotipi?

“Tantissimo, è fondamentale. A questo proposito, presenteremo il nostro lavoro in diverse scuole di Ancona ed Ascoli Piceno, forse anche a Macerata. Non ho mai incontrato i ragazzi, ma credo sia una cosa di grande importanza. Quando si incontrano gli adulti, in particolare le donne, spesso si viene a contatto con una situazione di violenza che è già subita. Quindi, il tipo di messaggio che deve passare è l’importanza dell’uscita dalla violenza e la possibilità di uscita. Uscire dalla violenza si può e la vita che c’è oltre le pareti tra le quali si è insultate, picchiate o violentate, è una vita di libertà e di allegria. Invece, credo che parlare ai ragazzi significhi fare un grande lavoro culturale sugli stereotipi di genere, cosa significhi essere donne o uomini, cosa sia e dove inizi la violenza: direi sei grassa è violenza, dire sei brutta è violenza, dire non metterti la minigonna è violenza. E questo tipo di prevenzione è importante farla con le nuove generazioni.”

Anche le parole di Isabella Manfrini – come il suo approccio per rappresentare la storia della Lunati – suscitano interesse e ulteriori spunti di riflessione.

“All’inizio – racconta LaManfrina – mi sono detta ‘ma io uno schiaffo non lo so disegnare!’. E invece sono venuti fuori. Ho capito subito che in queste vignette andava tolto tutto quello che è il mio solito modo di disegnare, e cioè i particolari, l’ambiente, e quanto non serviva. Perché bastavano queste linee nere a china a descrivere la violenza. Senza colori, perché anche i colori avrebbero tolto, invece che aggiungere. E quindi nero su bianco, scarno, essenziale, come d’altronde è la scrittura di Manuela che ha ispirato ogni singola vignetta”.

Quali sensazioni ti ha lasciato la lettura di “Giochi di mano”?

“Il libro l’ho letto tre volte. la prima quando Manuela ha vinto il premio e l’ho fotografata ad una serata di presentazione. Questa è stata la lettura per conoscere la storia di lei. La seconda quando mi sono recata al suo posto a fare un banchetto dei suoi libri alla rappresentazione tratta dal suo libro. La terza, quando ho deciso di scegliere le pagine da disegnare. Questa è stata la lettura migliore, quella con la lente di ingrandimento… per cercare fra le righe le immagine da disegnare… e quelle immagini sono uscite fuori una ad una dalle righe scritte! C’erano già… Ancora oggi, dopo la terza lettura, penso che questo non sia solo un libro sulla violenza, ma un libro sulla donna, sul perché non ce ne andiamo, sulla forza che occorre per andarsene, sulla debolezza che ci ferma”.


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